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A un certo punto mi sono reso conto che non c’era niente al mondo, a parte forse l’amore e il sesso, capace di avere una così forte e potente influenza su di me come la musica. Continua a leggere

Il futuro è un buco nero

Che cosa è il welfare? Cos’è? Cos’è il benessere? Può darsi che sia la capacità, per il giovane Mikael, di immaginare una vita al di fuori del proprio paese per un anno grazie a denaro garantito da uno stato benevolo, il quale si finanzia con flussi di tasse piccanti? Avere un fondo garantito di 32640 corone l’anno – 3600 euro – dal conseguimento del diploma di scuola superiore, questo è quello che si possono permettere di considerare i giovani svedesi, intorno ai loro diciannove anni. Questo se decidono di proseguire con la carriera universitaria subito dopo la fine dei loro studi superiori. Se scelgono di intraprendere una breve o momentanea carriera lavorativa prima di iniziare gli studi, sono invece loro – o le loro famiglie – ad avere l’obbligo di mantenersi durante quel lasso di tempo. È il CSN (Centrala studiestösnämden), alle dipendenze del Ministero dell’Educazione e della Ricerca, ad occuparsi dell’erogazione di questi contributi pubblici. Un finanziamento, naturalmente, garantito e a fondo perduto.

E cosa bisogna pensare del modello di stato che permette a questi ragazzi di immaginare questo orizzonte di vita indipendentemente dall’estrazione sociale? Uno stato che tassa i propri cittadini anche fino al 35 percento del loro guadagno, per permettere a questa e ad altre categorie di servizi di essere finanziate. La Svezia sceglie di porre in atto questa, tra tutte le politiche possibili. Ciononostante, la gioventù svedese non sembra nemmeno avere molta fretta ad accaparrarsi le garanzie offerte dallo stato. La maggior parte, infatti, sceglie di aspettare un anno o due, prima di iniziare l’Università – la quale sarà comunque garantita gratuitamente, sempre per seguire il filo della contribuzione statale. Sul fatto che i contributi statali a fondo perduto – grants – non si fermino nemmeno quando alcuni di quegli stessi giovani prendono meno seriamente in considerazione la propria, per dire, responsabilità, si dibatte. E sono davvero in tanti a scegliere di ritardare l’inizio degli studi universitari o professionali. Secondo il rapporto 2008 dell’OECD sull’educazione e occupazione giovanile, le casse svedesi subiscono uno stress inappropriato rispetto a quanto potrebbe essere risparmiato: ciò che viene ad ogni costo regalato, potrebbe essere invece prestato, dopo un certo periodo di inerzia universitaria, secondo alcuni. Nonostante “l’attivo e lungimirante approccio alla riforma economica” pure in tempi di crisi, il garantismo esercitato dallo stato sul diritto alla formazione non sembra avere i requisiti per qualificarsi fra le scelte orientate alla massimizzazione del profitto. Sull’opportunità della scelta, come già detto, si dibatte. Nel frattempo, il 2011 vede l’OECD già più ottimista: il paese ha retto bene alla crisi, grazie soprattutto alla sua solidità fiscale. Che dire?

Se comunque questi fondi garantiti non dovessero bastare – come nel caso di una scelta di studio fuori sede – lo studente può comunque averne altri in prestito dallo stato: fino a quasi 8000 euro l’anno, all’interesse fisso dell’1,9 percento. E questo senza considerare il costante “pieno e illimitato supporto dello Stato svedese” in materia di sicurezza e salute – come ribadiscono i certificati di assicurazione internazionale che li accompagnano tanto nelle loro trasferte estere quanto nel loro stesso paese. Nel frattempo, Barack Obama si sforza di spremere al Congresso un contributo a interesse “ridotto” pari ai diecimila dollari ogni quattro anni di impegno accademico per alcuni – pochi – milioni di giovani americani. Non è il caso di nemmeno provare a confrontare i dati sull’occupazione. Ma certo è vero che i numeri contano, dopotutto. Stiamo pur sempre parlando di un paese, la Svezia, in cui quando un milione e mezzo di abitanti guarda un video su Youtube, è un sesto dell’intera popolazione ad averlo condiviso. Praticamente l’intera popolazione, se si considera il passa parola a breve termine: un tormentone estivo può cambiare per sempre il modo in qui la gente parla. Di certo è più semplice gestire le necessità di 9 milioni di cittadini rispetto a quanto lo sia farlo per 312 milioni; o per 60 milioni.

Ma torniamo un attimo a Mikael, e alla semplice verità delle sue possibilità. La possibilità per un giovane di immaginare un futuro a breve e medio termine per sé e a partire da sé, può in qualche modo rappresentare il concetto di welfare, garantito dallo stato di diritto? E se è così, perché dovrebbe essere illecito o assurdo nutrire lo stesso desiderio anche per un giovane italiano, o americano? Mentre questo desiderio continua a covare nel dimenticatoio delle speranze italiane, il nostro dibattuto governo di tecnici progetta un credito di imposta per gli investimenti nella ricerca del 12 percento. Il New York Times, da parte sua, canta le lodi del salvatore “Re Giorgio”, ideale comunista gentiluomo impegnato nell’ardua lotta contro il suo stesso ruolo. Sembra che tutti abbiano parole per quasi qualsiasi cosa, oggi come oggi. Tranne che per i desideri di serena libertà di pianificare la propria vita che ogni giorno i giovani italiani vedono impediti dalla contingenza dei tempi e del disinteresse del sistema Italia. Il quale sembra non avere alcuna memoria della centralità del principio di mobilità sociale su cui uno stato del welfare dovrebbe essere costruito. La priorità della formazione e occupazione giovanile non sarà una priorità nemmeno per questo governo tecnico. Che Mikael e i suoi amici continuino a farci invidia.

Siamo il futuro, ci viene detto. Quando chiediamo perché però non possiamo vedere o immaginarci proprio nulla di questo nostro fantomatico futuro, allora ci ricordano che solo profeti e oracoli possono vederlo, il futuro. Cosa pensiamo mai di poter pretendere, insomma?

Di Giorgio Grasso