In Woody, we trust! Blue Jasmine

Da sinistra verso destra – Sally Hawkins, Cate Blanchett

Woody Allen riesce sempre a colpirmi. Woody Allen mi ha profondamente deluso questa volta. Il pubblico di Allen è sempre nel limbo tra la sensazione di avere visto un’opera straordinaria e il tradimento, l’inganno per avere creduto ancora una volta di potere essere stregati dal regista newyorchese. Blue Jasmine riesce a comunicare bellezza e frustrazione allo stesso tempo. La bellezza, inutile dirlo, è di Cate Blanchett, che si conferma una delle attrici più brave nel panorama mondiale. Jasmine ha vissuto un’intera vita voltandosi dall’altra parte, non ha visto ciò che tutti sapevano, ha persino desiderato di essere cieca piuttosto di essere cosciente e complice delle triangolazioni del marito, interpretato da un perfetto Alec Baldwin. Ma come lei stessa dice “c’è un limite ai traumi che una persona può sopportare prima di mettersi ad urlare in mezzo alla strada”. Continua a leggere

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Frank #Zappa muore oggi

Sheik_YerboutiFrank Zappa muore oggi, vent’anni fa. È molto difficile parlare di Frank Zappa. La difficoltà nasce innanzitutto dall’impossibilità di inquadrarlo univocamente in un tipo, in un personaggio, in un chitarrista, vista la molteplicità di sfaccettature che la sua personalità è riuscita ad assumere durante il corso della sua vita. Il ruolo unico, straordinario, esemplare, che Zappa è arrivato a ricoprire nella storia della musica del ‘900 – e quindi della musica contemporanea – non è riconducibile unicamente ad un aspetto isolato della sua personalità, o limitato ad un preciso momento della sua vita o ad una singola opera o performance. È proprio nella molteplicità, nella diversità della continua progressione – o progressiva continuità – della sua intera opera, della sua intera vita che è possibile intravedere il genio, il pioniere, l’esploratore imperterrito, impavido. Certo, Frank Zappa è stato anche un musicista di talento, un bandleader leggendario, un autore raffinato, impetuoso, elaborato; un comico, un dialoghista sfacciato, irriverente; sardonico nelle opinioni e anarchico nel pensiero, ma anche innamorato del giusto, del bello, del brutto, della libertà, del diritto, del sesso, dell’uomo, della donna; a volte anche no.

Ha trovato il modo di produrre la sua musica e i suoi musicisti non appena l’opportunità – e la necessità di liberarsi di qualsiasi costrizione creativa – lo ha permesso, riuscendo a farsi imprenditore di se stesso molto meglio della grandissima maggioranza di quei professionisti della politica e del lucro che ininterrottamente hanno tentato di ostacolare il suo lavoro e la sua arte per via di censura e sottrazione illecita di diritti d’autore. Fino al Congresso degli Stati Uniti d’America ha difeso se stesso e i propri colleghi artisti ed editori indipendenti, gloriosamente, memorabilmente.

Un intellettuale d’altri tempi, oratore eloquente e puntuale, sagace; pensatore, scrittore, studioso e opinionista, con la sua musica e le sue azioni ha raccontato implacabilmente il suo mondo, la specie umana, l’America. Ha ridipinto i tratti dell’artista moderno, riconfigurandone i limiti sia nelle pratiche che nell’immaginario: schiavo del suo lavoro, della sua musica, dell’amore, forse, ma non delle droghe, dei palcoscenici, del successo. L’unico vero successo che abbia mai veramente riconosciuto era il privilegio – raro – di poter vivere della propria musica, e grazie ad essa avere la possibilità di farne altra. La più grande responsabilità che abbia mai sentita sulle spalle, d’altra parte, è probabilmente quella di superare con ogni nuova esecuzione ogni precedente aspettativa: se proprio tra i suoi sicuri difetti dovessimo sceglierne uno capace di apparire come preminente, al nostro occhio ignaro della sua personale intimità non rimarrebbe che la sua ambizione alla perfezione, al continuo superamento dei limiti precedentemente raggiunti. Quindi solo la morte poteva fermarlo. Quindi è molto difficile parlarne, senza parlarne per troppo a lungo. Chissà come sarebbero stati questi vent’anni.

Per chi non conoscesse Frank Zappa

Gli album, i concerti, i bootleg pubblicati da Frank Zappa sono svariati, non faceva altro, e lo ha fatto per trent’anni, suonare, registrare. La sua discografia è sterminata. Ma si deve pur sempre partire da qualcosa:

  • Frank Zappa – Sheik Yerbouti (Zappa Records 1979)
  • Frank Zappa & The Mothers of Invention – Roxy & Elsewhere (Discreet 1974)
  • Frank Zappa – You Are What You Is (Barking Pumpkin Records 1981)
  • Frank Zappa – Joe’s Garage, Act I, II & III (Zappa Recors 1979)
  • Frank Zappa – Guitar (Zappa Records 1988)
  • Frank Zappa & The Mothers of Invention – Hot Rats (Bizarre Records 1969)

Stefano Bollani ha dedicato a Frank Zappa parte della seconda stagione del suo show su La7, Sostiene Bollani, raccontando e tributando l’artista.

Di Giorgio Grasso

La Mafia uccide solo d’estate

La Mafia uccide solo d'estate - Locandina“Due biglietti per La Mafia uccide solo d’estate, per favore.” “Mi dispiace ma siamo in inverno” – ironizza il cassiere di un cinema di provincia. L’opera prima di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, ha vinto il premio del pubblico al 31° Torino Film Festival e potrebbe diventare un modo alternativo di portare sul grande schermo tematiche di rilevanza sociale. La Mafia uccide solo d’estate è sicuramente un’opera originale, in grado di alternare lo stile del docufilm alla narrazione fluida della commedia italiana, senza essere mai banale. Pif spiega attraverso due bambini, Arturo e Flora, la presenza camaleontica di Cosa Nostra in Sicilia dagli anni 70’ agli anni 90’ denunciando l’omertà della classe popolare e borghese, ma soprattutto denunciando la connivenza dei partiti di governo durante quel periodo storico.

Arturo è un bambino curioso, scava sotto la superficie delle cose, ha un disperato bisogno di comunicare e capire cosa stia realmente accadendo nella sua città, Palermo, dove insieme a Flora scopre che la Mafia esiste, al contrario di quanto molti sostengono. Chi ha vissuto Palermo dagli anni ‘70 agli anni ’90, ha convissuto con l’ascesa di Totò Reina, con le macchine esplose di sangue, con i 400 kg di tritolo di Capaci e i brandelli di vite umane che schizzano sulle finestre di via D’Amelio. I 90 minuti del film riescono a tratteggiare quell’atmosfera senza la prevedibilità della violenza vuota di significato.

L’intento del regista, impegnato nella lotta alla mafia anche con il suo programma Il testimone, in onda su MTV, sembra essere proprio quello di denunciare “quanto la mafia entri nella nostra vita, anche se ufficialmente noi non abbiamo nulla a che fare con la mafia,” come egli stesso ha affermato. Molto coraggioso volere affrontare quel periodo così buio della nostra storia recente; tuttavia avrebbe avuto senso inquadrare cosa succede anche dopo il 1994 in Sicilia e in Italia. Forse in un secondo capitolo?

IL TESTIMONE: BACKSTAGE de “La Mafia uccide solo d’estate”

In ogni caso, La Mafia uccide solo d’estate è un ottimo strumento educativo e divulgativo che riesce a descrivere il fenomeno mafioso senza trascendere verso la pesantezza dei prodotti cinematografici e televisivi che in questi anni hanno scelto di raccontare Cosa Nostra. 

Oltre a Pif nel ruolo protagonista insieme a Cristiana Capotondi (Flora), possiamo apprezzare anche Ninni Bruschetta, Claudio Gioè e Barbara Tabita. Il film è stato realizzato con il contributo del MiBac, prodotto da Rai Cinema e Wildside, distribuito da 01 Distribution. Anche in questo caso, come era già successo con È stato il Figlio di Daniele Ciprì, il film è interamente ambientato a Palermo, diretto da un palermitano e di ampia diffusione nazionale, ma la Sicilia Film Commission non ha contribuito alla sua realizzazione che è stata invece supporta dalla Lazio Film Commission. Normale esternalizzazione della produzione cinematografica oppure un’ennesima occasione di slancio per il cinema locale sprecata?

Di Roberto Raneri

Ender’s Game

Ender's GameQUESTO ARTICOLO È SPOLIER FREE

A ventotto anni dalla sua pubblicazione (trentacinque, se si considera il racconto breve da cui è stato poi sviluppato il romanzo), Ender’s Game di Orson Scott Card (Il gioco di Ender, Editrice Nord) è finalmente arrivato al grande schermo. Il film è nelle sale europee dallo scorso 30 Novembre, mentre negli Stati Uniti l’uscita è stata posticipata all’1 Novembre, per evitare la concomitanza con il climax dei festeggiamenti di Halloween, notoriamente tra i periodi peggiori per i botteghini americani insieme alle prossimità del 4 Luglio. Ne parliamo, quindi, proprio mentre il film è nelle fasi finali del suo week-end di debutto nel mercato di maggior rendimento, senza quindi avere ancora dati definitivi sulla resa al botteghino. Ciò detto, le sensazioni sono complessivamente molto positive.

Il gioco di Ender, Editrice NordNon solo il film scritto e diretto da Gavin Hood ha ricevuto recensioni incoraggianti a livello generale, ma per i critici di settore è risultato essere un buon lavoro di trasposizione e, complessivamente, uno dei migliori prodotti sci-fi dell’ultimo anno (niente a che vedere quindi con mostruosità fallimentari quali Man of Steel, Oblivion, After Earth). Ender’s Game è sicuramente un film degno di essere visto: le due ore relativamente ben ponderate di narrazione e azione tengono quasi sempre fede alla caratterizzazione originale dei personaggi, e anche quando la stessa esattezza non è riscontrabile in determinati dettagli o descrizioni di eventi, la complessiva coerenza del lavoro di trasposizione soddisfa abbastanza da fare sorridere. Considerando la qualità narrativa dell’opera originale, Ender’s Game – vincitore nel 1985 sia del premio Hugo che del premio Nebula – fa parte a pieno titolo della migliore fantascienza mai scritta, includendo quindi Orson Scott Card nel novero dei grandi maestri del genere, insieme ad autori quali Ursula K. Le Guin, Isaac Asimov, Ray Bradbury, Jack Vance, e molti altri. La responsabilità di Hollywood è quindi grande, nei confronti di quest’opera. Naturalmente delle scelte sono state fatte, e delle omissioni anche consistenti sono presenti nel film; ed è qui che si apre la solita, imperitura, vexata quaestio: è possibile trasporre efficacemente un libro in un film mantenendo del tutto intatta la struttura, la sostanza e l’emotività dell’opera originale? Il compromesso che porta all’omissione, alla riorganizzazione o alla trasformazione è una necessità inevitabile o una opportunità pilotabile per i più disparati fini (di botteghino, principalmente)?

Ender's Game, Tor BooksHood ha eloquentemente descritto  in diverse occasioni le difficoltà connesse alla trasposizione del romanzo di Card dal testo alla sceneggiatura. Le necessità del processo di adattamento di un’opera al grande schermo, indipendentemente dal genere, riguardano prima di ogni altra cosa la diversità di strumenti che un regista ed uno scrittore hanno a disposizione. La storia che seguiamo, sia nel romanzo che nel film, ruota attorno ad Ender Wiggin, ed al ruolo che, grazie alle sue capacità e le sue intenzioni, si ricava nel mondo che lo circonda; un mondo che cerca nell’infinita potenzialità intellettuale di un bambino alle porte dell’adolescenza la chiave per ribaltare le sorti di una umanità in apparente pericolo. A Ender, come ai suoi pari, non è concesso margine di errore; dovrà essere capace di spietato e violento genio tattico, ma al tempo stesso di ponderato e razionale contegno emotivo. Sono i pensieri ed il sentire di Ender i veri protagonisti del romanzo di Card, poiché è attraverso i suoi occhi che seguiamo il dipanarsi delle vicende: come quindi mantenerli al centro dell’attenzione senza un “noioso voice over”? Un presupposto che rende il progetto titanico in partenza, soprattutto se in più si considera la pressione rappresentata dall’aspettativa che un titolo di così largo e affermato successo di genere porta inevitabilmente con se: qualcuno rimarrà sempre inevitabilmente deluso. Hood ha scelto di affidarsi ai suoi attori per sintetizzare la complessità emotiva e introspettiva che rende il romanzo di Card uno dei grandi capolavori della fantascienza, e con discreto successo (Asa Butterfield è un protagonista eccezionale; Ben Kingsley buca lo schermo da fermo ed Harrison Ford compensa la sua saltuaria stolidità con la familiarità dei panni che veste). D’altra parte, la sceneggiatura si concentra però unicamente su Ender, che viene seguito costantemente per tutta la durata della narrazione, escludendo quindi i punti di vista del fratello e della sorella di Ender, che nel romanzo hanno un ruolo individuale e sostanziale, anche se separato e distante da quello del protagonista. Questa è probabilmente una delle scelte che più fortemente potrebbe compromettere il giudizio finale dei fan dell’opera; oppure presentarsi come una florida opportunità di ricomporre l’integrità dell’opera in una serie di sequel, aprendo le porte alla creazione di un ennesimo franchise hollywoodiano. Ma senza i dati di botteghino, è ancora un po’ presto per sbilanciarsi nel merito. Non è comunque un caso che Ender’s Game abbia impiegato così tanto tempo a raggiungere il grande schermo.

Nonostante la gestazione di questo progetto sia iniziata quasi a ridosso dell’immenso successo editoriale che ha accolto il libro fin dalla sua uscita nel 1985, è stato solo negli ultimi cinque anni che la produzione è riuscita a concretizzare un trattamento adatto alla lavorazione sia dal punto di vista tecnico che economico, sotto la direzione di Gavin Hood (regia, sceneggiatura) e Roberto Orci (produzione). Secondo l’autore, che per primo aveva avuto l’incarico di farne un adattamento cinematografico, il romanzo era di fatto “inadattabile” , troppo concentrato sulla prospettiva interiore dei personaggi, troppo denso, con un arco temporale troppo lungo per un unico film, e complessivamente inadatto dal punto di vista “tecnico” alla resa cinematografica. A diversi anni dall’abbandono di Card, Gavin Hood e la Odd Lot Entertainment hanno finalmente ripreso in mano il progetto, proponendo un taglio che se da un lato di certo farà discutere, sotto molti aspetti si presenta come una trasposizione fedele dell’opera di Card. La complessità dell’opera di Card riesce a emergere dallo schermo, e anche se in nessun caso il film potrà mai sostituirsi al romanzo, quantomeno, per una volta potremo uscire dal cinema senza desiderare di dimenticare il più presto possibile ciò che abbiamo appena visto. Non è il caso di entrare più di tanto nel dettaglio: si tratta pur sempre di un libro che va letto, quindi ci fermeremo qui, consigliandovi vivamente sia la lettura del libro che la visione del film. Possibilmente in quest’ordine, anche se potrebbe ormai essere troppo tardi…

Di Giorgio Grasso

Sono o non sono il Capitano?

????????????Prove di campagna elettorale o segni di rottura con le frange indipendenti?

A giudicare da quanto si evince dal comunicato firmato da Beppe Grillo e Casaleggio (leggi l’intervento su beppegrillo.it), sembrerebbe che i senatori Andrea Cioffi e Maurizio Buccarella abbiano aperto un ulteriore dibattito all’interno del M5S. Dure le reazioni del vertice M5S dopo l’approvazione dell’emendamento che proverà a sospendere il reato di clandestinità di cui i senatori grillini sono firmatari. È evidente che esiste una distanza significativa ormai tra alcuni deputati e senatori del M5S ed il suo vertice politico. Nell’articolo si puntualizza che l’Italia non è in grado di accogliere altre persone a causa delle gravi condizioni economiche-occupazionali, ancora una volta la crisi finanziaria viene usata per tacere tematiche etiche e giurisprudenziali. Naturalmente si tratta di una rivendicazione politica che non può essere messa in relazione con il deficit/pil o con le percentuali di inoccupati/disoccupati. L’intervento sul blog beppegrillo.it è una manovra di posizionamento politico, che tristemente allinea la posizione del vertice M5S alla linea politica di Marine Le Pen.

Attenzione, non credo che Casaleggio e Grillo siano razzisti, ma che anche loro, come ogni politico, non vogliano perdere una porzione di elettori (come gli ex elettori della Lega Nord/AN). In questo caso Grillo e Casaleggio utilizzano il linguaggio dei politici di professione che invece, solitamente, vengono definiti molto distanti dal M5S. È ovvio che l’Italia da sola non può gestire il fenomeno migratorio Sud-Nord, ma non credo sia legittimo perseguire penalmente chi scappa da un conflitto o dalla fame. Naturalmente queste sono valutazioni soggettive ed emozionali, direte voi.

Tuttavia mi sembra doveroso ricordare, col rischio di peccare di retorica, che siamo un popolo di migranti; e vorrei ribadire che non abbiamo esportato solo il Made in Italy nel mondo (vedi Cosa Nostra). Il fatto che Francia, Spagna e Germania abbiano leggi simili – ammesso che sia veramente così – non è una motivazione sufficiente a limitare un movimento che si professa rivoluzionario e che quindi dovrebbe andare contro il sistema precostituito, andare oltre la legittimità popolare se necessario, superare il linguaggio programmatico: “fare un salto nel buio”, come diceva qualcuno.

Di Roberto Raneri

Same way of leaving, but different souls

1Le immagini di copertina ritraggono i corpi esanimi ritrovati sulla spiaggia, cittadini eritrei, somali e di altri paesi sub-sahariani. Solo 150 dei presunti 500 che viaggiavano a bordo del barcone sono stati tratti in salvo; inutile contare i bambini e le donne in stato di gravidanza tra il centinaio di cui è già stato appurato il decesso. Altri 250 i dispersi, ma si tratta di numeri che avrebbe solo senso valutare per un’attenta ricerca a livello internazionale. Parliamo di persone e restiamo umani. Dovremmo decidere tutti quanti come hanno fatto i pescatori di Lampedusa di formare una catena umana, rifiutare di accettare il compromesso con qualsiasi forma di rappresentanza politica che non metta al centro della programmazione il peso e quindi la responsabilità dell’Europa nel Mediterraneo. Non si dica da Bruxelles che sono stati investiti troppi milioni di euro per  gestire il fenomeno dei Boat People, perché investire senza rafforzare la carta dei diritti, sarebbe come aumentare l’austerity senza un vero piano di sviluppo del lavoro e della conoscenza.

E in ultimo fino a quanto la crisi preclude la possibilità di rimanere umani?2 Di Roberto Raneri

Educazione Siberiana

educazione-siberiana_cover-759x556Dopo il breve passaggio nelle sale di Happy Family (2010), Gabriele Salvatores ritorna al cinema con Educazione Siberiana, in proiezione dallo scorso 28 Febbraio. Una produzione congiunta Cattleya e Rai Cinema, Educazione Siberiana è tratto dal libro omonimo di Nicolai Lilin, al quale è accreditato il soggetto, sceneggiato però da Salvatores, Stefano Rulli e Sandro Petraglia. A due settimane dall’uscita del film, è già possibile avere un polso relativamente preciso del livello di gradimento che la pellicola ha registrato presso critica e pubblico, e per quanto si voglia continuare ad avere simpatia, apprezzamento e ammirazione per Salvatores e il suo lavoro, in effetti non sembra essere andata molto bene per Educazione Siberiana.

Dopo un primo weekend di incassi relativamente sostenuti – circa un milione e mezzo di euro – il film si è attestato intorno ai tre milioni e mezzo di euro, e a sentire il passaparola generatosi nei giorni immediatamente successivi all’uscita del film, c’è in effetti una profonda congruenza in questi numeri. Se infatti le ultime due settimane di promozione del film sono state abbastanza sostenute da giustificare un afflusso denso nel primo weekend – e di certo il trailer al fulmicotone ha aiutato parecchio – le reazioni che spesso si sono potute cogliere sia fuori dalle sale che sulla rete testimoniano della tiepidezza con cui il film è stato ricevuto. Insomma, il film ha lasciato delusi i più, che hanno sconsigliato ad amici e parenti di andare al cinema a spendere soldi in tempo di crisi. Pace, amen.

Delle critiche è in effetti possibile farle a questo film, forse proprio perché a dirigere il progetto è Salvatores, su cui abbiamo imparato a riporre così tanta aspettativa.

Affascinato dal libro autobiografico di Lilin, Salvatores cerca di entrare con questo lavoro in un processo di disamina, umana e culturale, di un piccolo pezzo di mondo, la Transnistria, una regione compresa tra Moldavia e Ucraina, la quale, durante i dieci anni che vanno dal 1985 al 1995, subisce un progressivo e totale sovvertimento socio-economico, parallelo al progressivo disgregarsi dell’Unione Sovietica. Il fuoco della narrazione si concentra sulla vita di due ragazzi, Kolima e Gagarin, i quali crescono all’interno di una comunità di “criminali onesti”, all’interno della quale ha origine l’educazione siberiana impartita ai protagonisti, di cui il film descrive forme e implicazioni. Quella dei “criminali onesti” è una realtà storica che è lentamente venuta a trasformarsi dopo la caduta del muro di Berlino, ma fino ai tempi del primo conflitto Ceceno ancora radicata nelle comunità che avevano nel tempo sviluppato forme di resistenza civile alla dittatura comunista. I “criminali onesti” erano ladri e all’occorrenza anche assassini, se per una ragione precisa, ma mai usurai, mai sfruttatori della prostituzione, mai spacciatori di droga o stupratori; contro queste categorie di criminali, anzi, i “criminali onesti” avevano il diritto e il dovere di intervenire, per il bene della comunità di cui si facevano protettori. Il film sviluppa il rapporto tra i due protagonisti sullo sfondo del contesto ambientale in cui nascono e crescono, e rispetto al quale maturano disposizioni personali e divergenti. Fondamentale il ruolo che sia nell’educazione, sia nella storia ricopre il personaggio di nonno Kuzya, un sempre splendido John Malkovitch che interagisce abilmente con i due giovani interpreti lituani Arnas Fedaravicius (Kolima) e Vilius Tumalavicius (Gagarin), entrambi alla loro prima esperienza sullo schermo.

Salvatores si dimostra un regista ormai capace di confezionare abilmente qualsiasi tipo di prodotto – basti pensare alla distanza che intercorre tra film come Sud, Nirvana, Denti. In Educazione Siberiana la sua regia è abile e attenta a seguire le necessità di posizionamento dello spettatore, ma forse si concentra a volte un po’ troppo su una certa tendenza all’estetismo. Non è però tanto questo a fare storcere il naso, né tantomeno la scelta di procedere in una narrazione non lineare, da certa critica percepita come fuorviante e inconsistente. Ciò che forse manca a questo film è il trasporto di un intreccio; non è infatti possibile dire che non vi sia una storia da raccontare, perché la storia di fatto c’è, così come i personaggi, e l’ambientazione. Ma data la qualità straordinaria dell’ambientazione, la cui descrizione eroica ed inusuale impegna e affascina lo spettatore per la prima metà del film, la storia di amore e di odio che da questo ambiente si dipana fallisce nel conquistare tutto il trasporto emotivo e cognitivo del pubblico. E’ quasi come se vi fosse una fondamentale incongruenza tra l’apparente ordinarietà della storia umana che ci viene raccontata, e l’aspettativa straordinaria creata dall’abilissima descrizione dell’ambientazione; la narrazione non lineare scelta da Salvatores, che fa muovere alternativamente la storia su due binari principali separati da circa dieci anni, fa presumere la complessità di un intreccio che invece non c’è, e che in ultimo forse delude perché ha tradito la nostra aspettativa.

Come accennavamo all’inizio, è quindi possibile fare delle critiche a questo film, anche volendosi trattenere per non dare via troppi dettagli a chi ancora il film non l’ha visto; ma detto questo, le possibili critiche non giustificano di certo un eventuale boicottaggio delle sale, come invece sta apparentemente accadendo. Non mi pento di essere andato al cinema a vedere questo film; è anzi un’ottima opportunità per confrontarsi sia con una ambientazione nuova, complessa e intrigante, sia con un regista capace e profondo. Il fatto che il lavoro di Salvatores possa essere criticato significa solo che può essere ancora più interessante conoscerlo; sempre e comunque meglio che sprecare tempo e soldi per andare a vedere perle del calibro di Ci vuole un gran fisico o Il principe abusivo, di cui le sale italiane sono sempre ben piene, e che però non vanno mai abbastanza male perché ci si levi il vizio. Per quanto infatti la critica sia unanime nel descrivere Il principe abusivo come uno dei peggiori film della storia del cinema italiano, la pellicola veleggia comunque oltre i quattordici milioni di incasso, mentre Educazione Siberiana scivola lentamente fuori dalla rete di distribuzione. Ad maiora.

Di Giorgio Grasso

Let There Be More Light

La voce di Stevie Wonder esplode in una miriade di coriandoli democratici mentre la famiglia Obama si porta al centro dell’attenzione dei migliaia di astanti riuniti a Chicago per la festa di rielezione del Presidente in carica. Barack Obama sarà ancora per quattro anni a capo degli Stati Uniti d’America, servo del paese e dei suoi cittadini. Le parole di “Signed, Sealed, Delivered, I’m Yours”, che imperversa per la sala gremita per diversi minuti, prima che il Presidente cominci il proprio discorso di accettazione, sembrano quasi riecheggiare la forza, l’integrità e la trasversalità che solo un vincolo d’amore può garantire incondizionatamente. Mr. Obama è stato consegnato – per la seconda volta – al popolo americano come una missiva d’amore si scambia tra amanti, firmata in calce, e sigillata in punta di labbra. Adesso è tutto loro. E in qualche modo, indirettamente, anche nostro. Non è da sottovalutare la rilevanza di questa simbologia. Il comitato elettorale del Presidente si rivela ancora una volta uno dei più attenti nel saper cogliere le “necessità” emotive del proprio paese. La campagna presidenziale di Mr. Obama è stata combattuta facendo leva sulla rilevanza dei principi di egualitarismo socio-economico e di pari accesso alle opportunità lavorative e di sviluppo sociale e culturale dell’intero paese. Un principio di garanzia di continua, viva mobilità sociale che richiama direttamente i valori fondativi del paese stesso, a cui il Presidente non manca di riferirsi al più presto. Obama ci dice che vuole pensare al suo paese come ad una famiglia, piuttosto che ad una patria: nessuno può essere lasciato indietro, ed è in questo senso che la ricerca della felicità a cui Jefferson e i padri fondatori fanno riferimento va interpretata. Una felicità che può essere garantita solo se condivisa trasversalmente e non se ottenuta a scapito degli interessi di parte della comunità stessa. Non può esserci miglior modo di essere patriottici.

“Ridurre il nostro deficit, riformare il fisco, rivedere le leggi sull’immigrazione, liberarci dalla dipendenza dal petrolio straniero. Abbiamo molto altro lavoro da fare. Ma ciò non significa che il vostro lavoro è finito. Il ruolo di un cittadino nella nostra democrazia non si riduce al solo voto. L’America non è mai stata fondata su ciò che ci aspettiamo venga fatto per noi, ma su ciò che può essere fatto direttamente da noi, attraverso il duro, frustrante, ma necessario impegno di auto-governo. Questo è il principio su cui è stato fondato il nostro paese.” L’immaginario collettivo del popolo americano non avrà difficoltà a cogliere la relazione diretta con un passato storico che, così vicino e quindi così inevitabilmente denso, fa intrinsecamente parte della vita, delle conoscenze e della quotidianità della popolazione. Ma se da un lato si hanno ben chiare le parole che Abraham Lincoln pronunciò poco dopo la battaglia di Gettysburg, o le dinamiche del consesso dei padri fondatori al momento della redazione della Costituzione americana, non è detto che, nell’ideologia americana, da quei contributi si derivi la conseguente responsabilità che ogni singolo cittadino ha nei confronti del proprio paese. Ed è in questo che Obama sceglie di portarsi un passo oltre l’aspettativa: richiamare ogni singolo cittadino alla rilevanza della propria responsabilità rispetto alla collettività, piuttosto che alla tutela delle rispettive individualità, come unica possibilità di immaginare l’esistenza stessa degli Stati Uniti d’America.

Ma non è un caso che Obama sia appena stato rieletto al suo secondo mandato. Il Presidente è ben lungi dall’essere inconsapevole della difficoltà di questa vittoria, che riecheggia retroattivamente su questi lunghi diciassette mesi di campagna elettorale. Per quanto infatti la rielezione abbia avuto successo, ed il Senato sia di nuovo sotto il controllo dei Democratici, allo stesso modo la Camera rimane sotto il controllo dei Repubblicani, e con un margine ancora maggiore. Se dopo le elezioni di medio termine del 2010, la Camera presentava una maggioranza Repubblicana di 242 membri contro 193, adesso questo distacco – il quale deve ancora essere esattamente quantificato – si sta, apparentemente, ulteriormente ampliando. C’è quindi da discutere molto seriamente di come il rieletto 44° Presidente dovrà muoversi per gestire questo controllo parziale sulla maggioranza di governo,  quindi sulla efficienza programmatica e operativa. Obama non teme di riferirvisi direttamente, sempre nel suo discorso di accettazione: “Di per se stesso, il riconoscimento che abbiamo ottenuto stasera in termini di sogni e speranze, non farà di colpo cessare tutti gli stalli legislativi, non risolverà di colpo tutti i nostri problemi, né potrà mai sostituirsi allo scrupoloso lavoro di costruzione del consenso, e di difficili compromessi necessari per portare avanti il paese.” Sarà probabilmente molto più facile a dirsi che a farsi, come d’altra parte è stato già nei passati quattro anni, ma non è irrilevante che il Presidente scelga di riferirsi alla necessità del compromesso, poco dopo essersi congratulato con lo sfidante. Ci sarà chi vorrà cogliere in queste parole l’ennesimo auspicio di immobilità e inconsistenza programmatica per cui dal 2010 Barack Obama continua a perdere consensi, ma sarebbe ingiusto forse aprirsi a quest’ordine di critiche senza considerare la particolarità di un sistema elettorale che di fatto permette che un Presidente governi senza avere una maggioranza. Per quanto corrispondenti condizioni di ingovernabilità sostanziale siano una realtà quanto mai diffusa oggi in Europa, il sistema americano prevede una possibilità di discrepanza interna che non solo è costituzionalmente riconosciuta, ma anche frequentemente ricorrente nella storia politica del paese. Nel 2001, George W. Bush comincia il proprio mandato mentre il partito Repubblicano controlla il solo Senato, e prima di allora Reagan nel 1985 vedeva l’inizio del suo secondo mandato con i Democratici al controllo della Camera. Per Barack Obama questo è il secondo Congresso su cui non ha la maggioranza completa, e in qualche modo già da mesi si subodorava la possibilità che lo scenario del 2010 si ripresentasse. Indipendentemente dalle ragioni che possono avere influenzato il consenso del popolo americano il dato netto è che, nonostante le proiezioni finali al giorno prima delle elezioni dessero Obama ed il partito Democratico in netto vantaggio, anche se di poco, in quasi tutti gli stati “indecisi” – gli ormai famosi swing states – il risultato del voto popolare ha dichiarato l’esatto contrario: il partito Democratico in un calo coerente ai passati due anni, e un Presidente eletto principalmente grazie alla discrepanza tra il sistema proporzionale di elezione dei rappresentanti della Camera, e il sistema maggioritario di elezione del Senato e del Collegio Elettorale. Ma è una disamina che necessita di alcune necessarie puntualizzazioni su come il meccanismo elettorale si muove, per esser portato verso delle possibili conclusioni.

Nel momento in cui un cittadino americano vota, ha la possibilità di votare, anche disgiuntamene, per le singole cariche del Congresso – Senatore, Deputato – o, in blocco, per il partito che sostiene. Nonostante ciò, stato per stato, i voti raccolti dai partiti verranno calcolati cumulativamente indipendentemente dalle preferenze particolari, ed una volta che il bilancio finale sarà deciso, il partito che avrà raggiunto la maggioranza otterrà per sé il numero totale di Grandi Elettori di quello stato particolare. La conseguenza di questo sistema è che gli stati meno popolosi sono sovra rappresentati, e che basta ottenere la maggioranza dei consensi in uno stato per aggiudicarsi le preferenze dei Grandi Elettori. Un presidente può quindi essere eletto senza avere la maggioranza dei voti popolari, come accadde nel 2000 con la prima elezione di George W. Bush. Ma mentre i rappresentanti alle camere vengono scelti in base alle preferenze di voto, gli Elettori prodotti dagli stati vengono assegnati in blocco al partito – e quindi al candidato presidenziale – che ottiene la maggioranza delle preferenze. Se quindi la California elegge 53 Deputati (Congressmen) e 2 Senatori (Senators), produrrà un numero di Grandi Elettori pari a 55. Un esempio dell’effetto maggioritario è stato osservato nelle elezioni presidenziali del 2008, quando al partito Democratico è stato assegnato l’intera “quota” di Grandi Elettori, sebbene dei 55 rappresentanti eletti, 36 erano Democratici e 19 invece Repubblicani.

Ora, se si considera questo particolarissimo sistema elettorale parallelamente al posizionamento politico di ogni singolo stato, ci si rende facilmente conto della problematicità potenziale di questo sistema. In ottemperanza ad una forse discutibile tradizione di “conservatorismo” culturale, infatti, determinate realtà politiche si sono spesso fossilizzate per lunghi periodi di Stato in Stato. Se da un lato quindi il Texas è intrinsecamente Repubblicano – e così, quindi, sarà la totalità dei suoi 38 grandi elettori – lo stato di New York ha una ormai lunga tradizione Democratica, su cui quindi è molto facile scommettere in fase di campagna presidenziale, quando le energie devono essere focalizzate verso la massimizzazione del risultato elettorale. E se basta il cinquanta percento più uno dei voti del singolo stato per garantire l’assegnazione dell’intera quota di grandi elettori, ecco che davvero la battaglia elettorale può essere sostenuta “sul filo di lana”, come molti media hanno riportato nelle passate ventiquattro ore. Basterà il voto di anche un singolo elettore a spostare l’intera preferenza statale verso uno dei candidati.  È quindi proprio in questa fase che gli swing states  entrano in gioco e diventano, anzi, la chiave di volta dell’intero progetto elettorale. Se i voti necessari per ottenere la Presidenza in sede di Collegio Elettorale sono infatti 270, una volta che entrambe le parti sottraggono i propri risultati “garantiti”, è sulla scorta di non più di 120 Elettori su 538 che l’elezione del Presidente verrà decisa. E questo anche quando, parallelamente, il voto popolare si esprime in direzione opposta, come è appena accaduto. Ed è proprio a questi swing states  che sono stati incollati gli occhi e le aspettative di questa notte elettorale – Florida, Ohio, Colorado, Iowa, Minnesota, New Hampshire, Nevada, Pennsylvania, Virginia, Wisconsin, North Carolina. E a conferma dei sondaggi che fino al 5 Novembre davano Obama in vantaggio in quasi tutti gli swing states con percentuali comprese tra l’1 ed il 7 percento, il Presidente si è infatti aggiudicato la maggioranza delle preferenze complessive in tutti gli stati tranne la North Carolina, anche se con vantaggi strettissimi. Al contrario, dove il partito Repubblicano ha vinto, lo ha fatto con maggioranze molto più nette, garantendosi così la maggior parte dei seggi della Camera, appunto legati ad un sistema proporzionale. Senza quindi il “premio” di maggioranza al Collegio Elettorale, il presidente non si sarebbe probabilmente trovato nelle condizioni di essere rieletto, questo Novembre 2012.

Accade invece che Barack Obama rinnovi il suo mandato con uno scarto considerevole di Grandi Elettori, ma non così “Florido” al Senato ed anzi negativo alla Camera dei Rappresentanti. Abbiamo proiezioni molto attendibili, mentre i risultati verificati potranno essere analizzati a partire da domani, ma sembra iniziare un mandato in cui, soprattutto per il risultato alla Camera, dovranno essere presi accordi di governo con gli avversari Repubblicani. Obama lo dice chiaramente: “Siamo un’unica famiglia americana, e diventiamo grandi o cadiamo insieme come un’unica nazione, come un unico popolo”. Ed è proprio a partire questo messaggio alla nazione, ma soprattutto indirizzato agli stati generali di Mitt Romney, che si possono ipotizzare futuri scenari. Ricordiamoci che il Presidente è costituzionalmente il potere esecutivo, in quanto eletto personalmente, e separatamente dal legislativo. La presidenza moderna viene spesso definita una “stratarchia”: la Presidenza Amministrativa, la Presidenza Dipartimentale e la Presidenza personale (verso cui Congresso e Senato non hanno nessun controllo). Gli stessi segretari di Dipartimento non hanno un potere decisionale autonomo rispetto all’ambito specifico per cui sono stati scelti, ed entro certi vincoli di controllo da parte del Senato possono essere sostituiti, senza compromettere la stabilità dell’esecutivo.

Quali scenari possibili dunque?

Il carattere mormone di Romney presagisce non pochi ostacoli alle iniziative legislative del prossimo mandato, e rimane il distacco in termini di consenso con la Camera dei Rappresentanti (ad ora 191 contro 232). A questo punto due sembrano le strade. La prima consiste nell’isolare i gruppi di pressione attorno a Romney, trovando Segretari di Stato di larga rappresentatività (politica, territoriale, tecnica) in modo da affrontare le scelte decisionali economico-finanziare senza il nemico alle porte. La seconda ipotesi consiste nel temporeggiare fino alle elezioni di medio termine del 2014. Magari trovando un accordo politico ufficiale, ad esempio una riduzione della pressione fiscale in cambio di un aumento della tassazione per i ceti alti, in attesa che le scelte politiche degli ultimi quattro anni producano degli effetti concreti anche per le aree depresse del paese. Lungo il cammino i prossimi indizi, del resto pare che il meglio debba ancora arrivare.

Di Giorgio Grasso

Sulla strada

La balena bianca è tornata a cantare ed è tempo di chiamare Ismaele. Ricominciamo da dove ci siamo lasciati, ma dove ci siamo lasciati? Dall’attualità, dalla musica o dai lunedì cinema? Ricominciamo e basta, nel modo più banale possibile.

Ieri 29 ottobre 2012 è successo qualcosa di straordinario, la Sinistra siciliana è definitivamente morta. Sì credo sia questa l’unica notizia veramente importante delle elezioni regionali 2012 in Sicilia, nonostante i voti di preferenza della candidata alla presidenza Giovanna Marano abbiano superato il 6%, la coalizione Libera Sicilia  accessoriata di IDV, SEL, FDS e Verdi non rappresenterà i suoi elettori all’assemblea regionale siciliana Ars. Evviva! I più catastrofisti si chiedono già se alla luce di questo scarso risultato il Pd stia già pensando di riformulare l’alleanza a livello nazionale in vista delle prossime sempre più annunciate elezioni politiche.

Un’altra domanda da chiedersi è se sia mai esistita una Sinistra siciliana? Io ne ho sempre avuto racconti dalle persone che mi hanno cresciuto, il riferimento in quel caso è alla fine degli anni 70′, al femminismo, alla costruzione di una coscienza partecipata attraverso le assemblee e la riappropriazione degli spazi condivisi. Ed ecco il dilemma: “E’ mai esistita una “Sinistra siciliana”? L’evento di ieri ci dice che le sue uniche tracce storiche viventi e votanti, hanno deciso di abbandonare la possibilità che possa esistere una Sinistra, preferendo il partito definito attualmente come “Movimento Cinque Stelle – beppegrillo.it” che porta 15 rappresentanti all’Ars. Mi viene da pensare allora che la Sinistra siciliana sia un po’ come Babbo Natale, uno spirito che esiste solo fuori dalla Sicilia, in Lapponia.

Se si pensa che non è mai esistita, allora è tutto più facile da gestire. Dare una spiegazione dell’implosione diventa semplice, come può implodere uno spirito che vive lontano? Se si accetta l’idea che in Sicilia non sia mai esista una forza progressista organizzata, allora diventa inutile intraprendere un discorso sull’utilità di avere contributi sempre diversi, infinite correnti, e poca capacità di creare un Sistema di Rete Locale e Territoriale. Diventa molto più facile relazionarsi con le persone che stimi e ami che improvvisamente credono solo nel Movimento. Diventa inutile prendersela perché – improvvisamente le assemblee sono diventate inutili e ottocentesche, non sono più un modello per creare massa critica reale perché basta un tweet o un feedback.

Sono sicuro che altre persone sono pronte a dire che la Sinistra è anche il PD. Bene, nella sicurezza che esistano delle persone oneste e capaci anche nel Partito Democratico, non credo siano moralmente accettabile candidare Giacomo Scala imputato per abuso d’ufficio a Trapani. Oppure Elio Galvagno, accusato di falso in bilancio per la gestione dell’Ato rifiuti. Come anche Francesco Pettinato, indagato per una presunta infiltrazione della mafia in un appalto per la costruzione di pale eoliche nel comune di Fondachelli (che per fortuna ha ritirato la sua candidatura). E che tipo di coalizione è quella con l’UDC che presenta a sua volta Marco Forzese, indagato nell’inchiesta sulle promozioni facili al comune di Catania. Inoltre Giuseppe Spata, condannato in primo grado dal Tribunale a un anno di carcere ma soprattutto Nino Dina, vicino a Cuffaro, indagato per concorso esterno a Cosa Nostra. Il suo fascicolo è stato archiviato. E non vorrei mai dimenticare Pippo Nicotra, sindaco del comune di Aci Catena poi sciolto per mafia nei primi anni ’90. Non vorremo certo accettare la sufficienza dell’ultima parola all’elettore o peggio ancora affermare che la Mafia è anche di Sinistra?

Altri sostengono che Crocetta da solo possa garantire la qualità democratica che lo contraddistinse nelle sue battaglie politiche e civili. Nessun uomo da solo è mai riuscito a salvare questa terra, credo anche ai piani alti avrebbero problemi. Ma soprattutto Crocetta non ha la maggioranza, dato che gli elettori siciliani hanno deciso di premiare abbondantemente gli amministratori uscenti affidandogli tante poltrone PDL 12, UDC* 11, MPA 10, Grande Sud 5, Cantiere Popolare 4, Musumeci presidente 4. La ripartizione dei seggi è chiara e se consideriamo i seggi ottenuti dalla lista Movimento Politico, il PD ha a disposizione 19 seggi, ne mancano almeno 27 per governare e gli interlocutori dentro e fuori la coalizione sono tristemente appariscenti.

Avremo quindi un probabile governo di larghe coalizioni – dichiarate o meno – che si prevede venga monitorato dal “Movimento Cinque Stelle – beppegrillo.it”. Ma è sufficiente limitarsi al ruolo di “dog watcher“ o “zitelle acide” come lo stesso neo deputato Cancelleri ha dichiarato? Non è forse arrivato il momento di aprire ad una direzione politica evidente e chiarire le preferenze interne al Movimento rispetto a Beppe Grillo autonominatosi garante politico del partito?

Intanto che i giochi di prestigio iniziano e le alleanze si muovono, il debito pubblico siciliano si sposta velocemente verso i 6 miliardi di Euro, quasi interamente costituito da prestiti e mutui (5,1 miliardi di euro), oltre a 224 milioni di euro di emissioni obbligazionarie (scadenza prevista al 2015). A fare lievitare verso i 6 miliardi sembrano essere proprio i  contratti di prestiti derivati circa 900 milioni di Euro, di cui il 90% riguarda prestiti stipulati con banche straniere ad esempio Nomura (35,3  per cento) e Merrill Lynch (20,9 per cento).

Gli apparati finanziari sono pronti a divorare la nostra sovranità a colpi di declassamento: Moody’s, Fitch Ratings, Standard&Poors  ci vedono sempre più poors. Ed è questo forse il vero motivo per cui Lombardo si è dimesso, lasciando lo scettro al rampollo di famiglia Toti.

Di Roberto Raneri


*inteso come partito storicamente eletto dai siciliani e quasi sempre al governo