Mozart in the Jungle: Amazon vuole fare la TV

mozart-in-the-jungle-batons

Amazon ci ha lasciati trepidare qualche mese prima di annunciare ufficialmente, lo scorso 18 Febbraio, il rinnovo di Mozart in the Jungle per una seconda stagione. Alla casa di produzione Picrow sono stati commissionati dagli Amazon Studios dieci nuovi episodi, che verranno messi a disposizione del pubblico da qualche parte intorno all’inizio del 2016, se Continua a leggere

A #Lampedusa Odyssey

lampedusa14 (1)

Immigrati tunisini cercano di scappare dal Centro di accoglienza, una volta scoperto che saranno rimpatriati. Dal 5 Aprile 2013, il Governo italiano ha rimpatriato 3.385 tunisini. Ph. Alessia Capasso © 2013

Latitudine trentacinque gradi, più a sud di Tunisi e Algeri, Lampedusa è una piccolissima isola che molti migranti sognano come la porta d’Europa. Ma cosa comporta questo sogno? Continua a leggere

Sono o non sono il Capitano?

????????????Prove di campagna elettorale o segni di rottura con le frange indipendenti?

A giudicare da quanto si evince dal comunicato firmato da Beppe Grillo e Casaleggio (leggi l’intervento su beppegrillo.it), sembrerebbe che i senatori Andrea Cioffi e Maurizio Buccarella abbiano aperto un ulteriore dibattito all’interno del M5S. Dure le reazioni del vertice M5S dopo l’approvazione dell’emendamento che proverà a sospendere il reato di clandestinità di cui i senatori grillini sono firmatari. È evidente che esiste una distanza significativa ormai tra alcuni deputati e senatori del M5S ed il suo vertice politico. Nell’articolo si puntualizza che l’Italia non è in grado di accogliere altre persone a causa delle gravi condizioni economiche-occupazionali, ancora una volta la crisi finanziaria viene usata per tacere tematiche etiche e giurisprudenziali. Naturalmente si tratta di una rivendicazione politica che non può essere messa in relazione con il deficit/pil o con le percentuali di inoccupati/disoccupati. L’intervento sul blog beppegrillo.it è una manovra di posizionamento politico, che tristemente allinea la posizione del vertice M5S alla linea politica di Marine Le Pen.

Attenzione, non credo che Casaleggio e Grillo siano razzisti, ma che anche loro, come ogni politico, non vogliano perdere una porzione di elettori (come gli ex elettori della Lega Nord/AN). In questo caso Grillo e Casaleggio utilizzano il linguaggio dei politici di professione che invece, solitamente, vengono definiti molto distanti dal M5S. È ovvio che l’Italia da sola non può gestire il fenomeno migratorio Sud-Nord, ma non credo sia legittimo perseguire penalmente chi scappa da un conflitto o dalla fame. Naturalmente queste sono valutazioni soggettive ed emozionali, direte voi.

Tuttavia mi sembra doveroso ricordare, col rischio di peccare di retorica, che siamo un popolo di migranti; e vorrei ribadire che non abbiamo esportato solo il Made in Italy nel mondo (vedi Cosa Nostra). Il fatto che Francia, Spagna e Germania abbiano leggi simili – ammesso che sia veramente così – non è una motivazione sufficiente a limitare un movimento che si professa rivoluzionario e che quindi dovrebbe andare contro il sistema precostituito, andare oltre la legittimità popolare se necessario, superare il linguaggio programmatico: “fare un salto nel buio”, come diceva qualcuno.

Di Roberto Raneri

Same way of leaving, but different souls

1Le immagini di copertina ritraggono i corpi esanimi ritrovati sulla spiaggia, cittadini eritrei, somali e di altri paesi sub-sahariani. Solo 150 dei presunti 500 che viaggiavano a bordo del barcone sono stati tratti in salvo; inutile contare i bambini e le donne in stato di gravidanza tra il centinaio di cui è già stato appurato il decesso. Altri 250 i dispersi, ma si tratta di numeri che avrebbe solo senso valutare per un’attenta ricerca a livello internazionale. Parliamo di persone e restiamo umani. Dovremmo decidere tutti quanti come hanno fatto i pescatori di Lampedusa di formare una catena umana, rifiutare di accettare il compromesso con qualsiasi forma di rappresentanza politica che non metta al centro della programmazione il peso e quindi la responsabilità dell’Europa nel Mediterraneo. Non si dica da Bruxelles che sono stati investiti troppi milioni di euro per  gestire il fenomeno dei Boat People, perché investire senza rafforzare la carta dei diritti, sarebbe come aumentare l’austerity senza un vero piano di sviluppo del lavoro e della conoscenza.

E in ultimo fino a quanto la crisi preclude la possibilità di rimanere umani?2 Di Roberto Raneri

Let There Be More Light

La voce di Stevie Wonder esplode in una miriade di coriandoli democratici mentre la famiglia Obama si porta al centro dell’attenzione dei migliaia di astanti riuniti a Chicago per la festa di rielezione del Presidente in carica. Barack Obama sarà ancora per quattro anni a capo degli Stati Uniti d’America, servo del paese e dei suoi cittadini. Le parole di “Signed, Sealed, Delivered, I’m Yours”, che imperversa per la sala gremita per diversi minuti, prima che il Presidente cominci il proprio discorso di accettazione, sembrano quasi riecheggiare la forza, l’integrità e la trasversalità che solo un vincolo d’amore può garantire incondizionatamente. Mr. Obama è stato consegnato – per la seconda volta – al popolo americano come una missiva d’amore si scambia tra amanti, firmata in calce, e sigillata in punta di labbra. Adesso è tutto loro. E in qualche modo, indirettamente, anche nostro. Non è da sottovalutare la rilevanza di questa simbologia. Il comitato elettorale del Presidente si rivela ancora una volta uno dei più attenti nel saper cogliere le “necessità” emotive del proprio paese. La campagna presidenziale di Mr. Obama è stata combattuta facendo leva sulla rilevanza dei principi di egualitarismo socio-economico e di pari accesso alle opportunità lavorative e di sviluppo sociale e culturale dell’intero paese. Un principio di garanzia di continua, viva mobilità sociale che richiama direttamente i valori fondativi del paese stesso, a cui il Presidente non manca di riferirsi al più presto. Obama ci dice che vuole pensare al suo paese come ad una famiglia, piuttosto che ad una patria: nessuno può essere lasciato indietro, ed è in questo senso che la ricerca della felicità a cui Jefferson e i padri fondatori fanno riferimento va interpretata. Una felicità che può essere garantita solo se condivisa trasversalmente e non se ottenuta a scapito degli interessi di parte della comunità stessa. Non può esserci miglior modo di essere patriottici.

“Ridurre il nostro deficit, riformare il fisco, rivedere le leggi sull’immigrazione, liberarci dalla dipendenza dal petrolio straniero. Abbiamo molto altro lavoro da fare. Ma ciò non significa che il vostro lavoro è finito. Il ruolo di un cittadino nella nostra democrazia non si riduce al solo voto. L’America non è mai stata fondata su ciò che ci aspettiamo venga fatto per noi, ma su ciò che può essere fatto direttamente da noi, attraverso il duro, frustrante, ma necessario impegno di auto-governo. Questo è il principio su cui è stato fondato il nostro paese.” L’immaginario collettivo del popolo americano non avrà difficoltà a cogliere la relazione diretta con un passato storico che, così vicino e quindi così inevitabilmente denso, fa intrinsecamente parte della vita, delle conoscenze e della quotidianità della popolazione. Ma se da un lato si hanno ben chiare le parole che Abraham Lincoln pronunciò poco dopo la battaglia di Gettysburg, o le dinamiche del consesso dei padri fondatori al momento della redazione della Costituzione americana, non è detto che, nell’ideologia americana, da quei contributi si derivi la conseguente responsabilità che ogni singolo cittadino ha nei confronti del proprio paese. Ed è in questo che Obama sceglie di portarsi un passo oltre l’aspettativa: richiamare ogni singolo cittadino alla rilevanza della propria responsabilità rispetto alla collettività, piuttosto che alla tutela delle rispettive individualità, come unica possibilità di immaginare l’esistenza stessa degli Stati Uniti d’America.

Ma non è un caso che Obama sia appena stato rieletto al suo secondo mandato. Il Presidente è ben lungi dall’essere inconsapevole della difficoltà di questa vittoria, che riecheggia retroattivamente su questi lunghi diciassette mesi di campagna elettorale. Per quanto infatti la rielezione abbia avuto successo, ed il Senato sia di nuovo sotto il controllo dei Democratici, allo stesso modo la Camera rimane sotto il controllo dei Repubblicani, e con un margine ancora maggiore. Se dopo le elezioni di medio termine del 2010, la Camera presentava una maggioranza Repubblicana di 242 membri contro 193, adesso questo distacco – il quale deve ancora essere esattamente quantificato – si sta, apparentemente, ulteriormente ampliando. C’è quindi da discutere molto seriamente di come il rieletto 44° Presidente dovrà muoversi per gestire questo controllo parziale sulla maggioranza di governo,  quindi sulla efficienza programmatica e operativa. Obama non teme di riferirvisi direttamente, sempre nel suo discorso di accettazione: “Di per se stesso, il riconoscimento che abbiamo ottenuto stasera in termini di sogni e speranze, non farà di colpo cessare tutti gli stalli legislativi, non risolverà di colpo tutti i nostri problemi, né potrà mai sostituirsi allo scrupoloso lavoro di costruzione del consenso, e di difficili compromessi necessari per portare avanti il paese.” Sarà probabilmente molto più facile a dirsi che a farsi, come d’altra parte è stato già nei passati quattro anni, ma non è irrilevante che il Presidente scelga di riferirsi alla necessità del compromesso, poco dopo essersi congratulato con lo sfidante. Ci sarà chi vorrà cogliere in queste parole l’ennesimo auspicio di immobilità e inconsistenza programmatica per cui dal 2010 Barack Obama continua a perdere consensi, ma sarebbe ingiusto forse aprirsi a quest’ordine di critiche senza considerare la particolarità di un sistema elettorale che di fatto permette che un Presidente governi senza avere una maggioranza. Per quanto corrispondenti condizioni di ingovernabilità sostanziale siano una realtà quanto mai diffusa oggi in Europa, il sistema americano prevede una possibilità di discrepanza interna che non solo è costituzionalmente riconosciuta, ma anche frequentemente ricorrente nella storia politica del paese. Nel 2001, George W. Bush comincia il proprio mandato mentre il partito Repubblicano controlla il solo Senato, e prima di allora Reagan nel 1985 vedeva l’inizio del suo secondo mandato con i Democratici al controllo della Camera. Per Barack Obama questo è il secondo Congresso su cui non ha la maggioranza completa, e in qualche modo già da mesi si subodorava la possibilità che lo scenario del 2010 si ripresentasse. Indipendentemente dalle ragioni che possono avere influenzato il consenso del popolo americano il dato netto è che, nonostante le proiezioni finali al giorno prima delle elezioni dessero Obama ed il partito Democratico in netto vantaggio, anche se di poco, in quasi tutti gli stati “indecisi” – gli ormai famosi swing states – il risultato del voto popolare ha dichiarato l’esatto contrario: il partito Democratico in un calo coerente ai passati due anni, e un Presidente eletto principalmente grazie alla discrepanza tra il sistema proporzionale di elezione dei rappresentanti della Camera, e il sistema maggioritario di elezione del Senato e del Collegio Elettorale. Ma è una disamina che necessita di alcune necessarie puntualizzazioni su come il meccanismo elettorale si muove, per esser portato verso delle possibili conclusioni.

Nel momento in cui un cittadino americano vota, ha la possibilità di votare, anche disgiuntamene, per le singole cariche del Congresso – Senatore, Deputato – o, in blocco, per il partito che sostiene. Nonostante ciò, stato per stato, i voti raccolti dai partiti verranno calcolati cumulativamente indipendentemente dalle preferenze particolari, ed una volta che il bilancio finale sarà deciso, il partito che avrà raggiunto la maggioranza otterrà per sé il numero totale di Grandi Elettori di quello stato particolare. La conseguenza di questo sistema è che gli stati meno popolosi sono sovra rappresentati, e che basta ottenere la maggioranza dei consensi in uno stato per aggiudicarsi le preferenze dei Grandi Elettori. Un presidente può quindi essere eletto senza avere la maggioranza dei voti popolari, come accadde nel 2000 con la prima elezione di George W. Bush. Ma mentre i rappresentanti alle camere vengono scelti in base alle preferenze di voto, gli Elettori prodotti dagli stati vengono assegnati in blocco al partito – e quindi al candidato presidenziale – che ottiene la maggioranza delle preferenze. Se quindi la California elegge 53 Deputati (Congressmen) e 2 Senatori (Senators), produrrà un numero di Grandi Elettori pari a 55. Un esempio dell’effetto maggioritario è stato osservato nelle elezioni presidenziali del 2008, quando al partito Democratico è stato assegnato l’intera “quota” di Grandi Elettori, sebbene dei 55 rappresentanti eletti, 36 erano Democratici e 19 invece Repubblicani.

Ora, se si considera questo particolarissimo sistema elettorale parallelamente al posizionamento politico di ogni singolo stato, ci si rende facilmente conto della problematicità potenziale di questo sistema. In ottemperanza ad una forse discutibile tradizione di “conservatorismo” culturale, infatti, determinate realtà politiche si sono spesso fossilizzate per lunghi periodi di Stato in Stato. Se da un lato quindi il Texas è intrinsecamente Repubblicano – e così, quindi, sarà la totalità dei suoi 38 grandi elettori – lo stato di New York ha una ormai lunga tradizione Democratica, su cui quindi è molto facile scommettere in fase di campagna presidenziale, quando le energie devono essere focalizzate verso la massimizzazione del risultato elettorale. E se basta il cinquanta percento più uno dei voti del singolo stato per garantire l’assegnazione dell’intera quota di grandi elettori, ecco che davvero la battaglia elettorale può essere sostenuta “sul filo di lana”, come molti media hanno riportato nelle passate ventiquattro ore. Basterà il voto di anche un singolo elettore a spostare l’intera preferenza statale verso uno dei candidati.  È quindi proprio in questa fase che gli swing states  entrano in gioco e diventano, anzi, la chiave di volta dell’intero progetto elettorale. Se i voti necessari per ottenere la Presidenza in sede di Collegio Elettorale sono infatti 270, una volta che entrambe le parti sottraggono i propri risultati “garantiti”, è sulla scorta di non più di 120 Elettori su 538 che l’elezione del Presidente verrà decisa. E questo anche quando, parallelamente, il voto popolare si esprime in direzione opposta, come è appena accaduto. Ed è proprio a questi swing states  che sono stati incollati gli occhi e le aspettative di questa notte elettorale – Florida, Ohio, Colorado, Iowa, Minnesota, New Hampshire, Nevada, Pennsylvania, Virginia, Wisconsin, North Carolina. E a conferma dei sondaggi che fino al 5 Novembre davano Obama in vantaggio in quasi tutti gli swing states con percentuali comprese tra l’1 ed il 7 percento, il Presidente si è infatti aggiudicato la maggioranza delle preferenze complessive in tutti gli stati tranne la North Carolina, anche se con vantaggi strettissimi. Al contrario, dove il partito Repubblicano ha vinto, lo ha fatto con maggioranze molto più nette, garantendosi così la maggior parte dei seggi della Camera, appunto legati ad un sistema proporzionale. Senza quindi il “premio” di maggioranza al Collegio Elettorale, il presidente non si sarebbe probabilmente trovato nelle condizioni di essere rieletto, questo Novembre 2012.

Accade invece che Barack Obama rinnovi il suo mandato con uno scarto considerevole di Grandi Elettori, ma non così “Florido” al Senato ed anzi negativo alla Camera dei Rappresentanti. Abbiamo proiezioni molto attendibili, mentre i risultati verificati potranno essere analizzati a partire da domani, ma sembra iniziare un mandato in cui, soprattutto per il risultato alla Camera, dovranno essere presi accordi di governo con gli avversari Repubblicani. Obama lo dice chiaramente: “Siamo un’unica famiglia americana, e diventiamo grandi o cadiamo insieme come un’unica nazione, come un unico popolo”. Ed è proprio a partire questo messaggio alla nazione, ma soprattutto indirizzato agli stati generali di Mitt Romney, che si possono ipotizzare futuri scenari. Ricordiamoci che il Presidente è costituzionalmente il potere esecutivo, in quanto eletto personalmente, e separatamente dal legislativo. La presidenza moderna viene spesso definita una “stratarchia”: la Presidenza Amministrativa, la Presidenza Dipartimentale e la Presidenza personale (verso cui Congresso e Senato non hanno nessun controllo). Gli stessi segretari di Dipartimento non hanno un potere decisionale autonomo rispetto all’ambito specifico per cui sono stati scelti, ed entro certi vincoli di controllo da parte del Senato possono essere sostituiti, senza compromettere la stabilità dell’esecutivo.

Quali scenari possibili dunque?

Il carattere mormone di Romney presagisce non pochi ostacoli alle iniziative legislative del prossimo mandato, e rimane il distacco in termini di consenso con la Camera dei Rappresentanti (ad ora 191 contro 232). A questo punto due sembrano le strade. La prima consiste nell’isolare i gruppi di pressione attorno a Romney, trovando Segretari di Stato di larga rappresentatività (politica, territoriale, tecnica) in modo da affrontare le scelte decisionali economico-finanziare senza il nemico alle porte. La seconda ipotesi consiste nel temporeggiare fino alle elezioni di medio termine del 2014. Magari trovando un accordo politico ufficiale, ad esempio una riduzione della pressione fiscale in cambio di un aumento della tassazione per i ceti alti, in attesa che le scelte politiche degli ultimi quattro anni producano degli effetti concreti anche per le aree depresse del paese. Lungo il cammino i prossimi indizi, del resto pare che il meglio debba ancora arrivare.

Di Giorgio Grasso

Sulla strada

La balena bianca è tornata a cantare ed è tempo di chiamare Ismaele. Ricominciamo da dove ci siamo lasciati, ma dove ci siamo lasciati? Dall’attualità, dalla musica o dai lunedì cinema? Ricominciamo e basta, nel modo più banale possibile.

Ieri 29 ottobre 2012 è successo qualcosa di straordinario, la Sinistra siciliana è definitivamente morta. Sì credo sia questa l’unica notizia veramente importante delle elezioni regionali 2012 in Sicilia, nonostante i voti di preferenza della candidata alla presidenza Giovanna Marano abbiano superato il 6%, la coalizione Libera Sicilia  accessoriata di IDV, SEL, FDS e Verdi non rappresenterà i suoi elettori all’assemblea regionale siciliana Ars. Evviva! I più catastrofisti si chiedono già se alla luce di questo scarso risultato il Pd stia già pensando di riformulare l’alleanza a livello nazionale in vista delle prossime sempre più annunciate elezioni politiche.

Un’altra domanda da chiedersi è se sia mai esistita una Sinistra siciliana? Io ne ho sempre avuto racconti dalle persone che mi hanno cresciuto, il riferimento in quel caso è alla fine degli anni 70′, al femminismo, alla costruzione di una coscienza partecipata attraverso le assemblee e la riappropriazione degli spazi condivisi. Ed ecco il dilemma: “E’ mai esistita una “Sinistra siciliana”? L’evento di ieri ci dice che le sue uniche tracce storiche viventi e votanti, hanno deciso di abbandonare la possibilità che possa esistere una Sinistra, preferendo il partito definito attualmente come “Movimento Cinque Stelle – beppegrillo.it” che porta 15 rappresentanti all’Ars. Mi viene da pensare allora che la Sinistra siciliana sia un po’ come Babbo Natale, uno spirito che esiste solo fuori dalla Sicilia, in Lapponia.

Se si pensa che non è mai esistita, allora è tutto più facile da gestire. Dare una spiegazione dell’implosione diventa semplice, come può implodere uno spirito che vive lontano? Se si accetta l’idea che in Sicilia non sia mai esista una forza progressista organizzata, allora diventa inutile intraprendere un discorso sull’utilità di avere contributi sempre diversi, infinite correnti, e poca capacità di creare un Sistema di Rete Locale e Territoriale. Diventa molto più facile relazionarsi con le persone che stimi e ami che improvvisamente credono solo nel Movimento. Diventa inutile prendersela perché – improvvisamente le assemblee sono diventate inutili e ottocentesche, non sono più un modello per creare massa critica reale perché basta un tweet o un feedback.

Sono sicuro che altre persone sono pronte a dire che la Sinistra è anche il PD. Bene, nella sicurezza che esistano delle persone oneste e capaci anche nel Partito Democratico, non credo siano moralmente accettabile candidare Giacomo Scala imputato per abuso d’ufficio a Trapani. Oppure Elio Galvagno, accusato di falso in bilancio per la gestione dell’Ato rifiuti. Come anche Francesco Pettinato, indagato per una presunta infiltrazione della mafia in un appalto per la costruzione di pale eoliche nel comune di Fondachelli (che per fortuna ha ritirato la sua candidatura). E che tipo di coalizione è quella con l’UDC che presenta a sua volta Marco Forzese, indagato nell’inchiesta sulle promozioni facili al comune di Catania. Inoltre Giuseppe Spata, condannato in primo grado dal Tribunale a un anno di carcere ma soprattutto Nino Dina, vicino a Cuffaro, indagato per concorso esterno a Cosa Nostra. Il suo fascicolo è stato archiviato. E non vorrei mai dimenticare Pippo Nicotra, sindaco del comune di Aci Catena poi sciolto per mafia nei primi anni ’90. Non vorremo certo accettare la sufficienza dell’ultima parola all’elettore o peggio ancora affermare che la Mafia è anche di Sinistra?

Altri sostengono che Crocetta da solo possa garantire la qualità democratica che lo contraddistinse nelle sue battaglie politiche e civili. Nessun uomo da solo è mai riuscito a salvare questa terra, credo anche ai piani alti avrebbero problemi. Ma soprattutto Crocetta non ha la maggioranza, dato che gli elettori siciliani hanno deciso di premiare abbondantemente gli amministratori uscenti affidandogli tante poltrone PDL 12, UDC* 11, MPA 10, Grande Sud 5, Cantiere Popolare 4, Musumeci presidente 4. La ripartizione dei seggi è chiara e se consideriamo i seggi ottenuti dalla lista Movimento Politico, il PD ha a disposizione 19 seggi, ne mancano almeno 27 per governare e gli interlocutori dentro e fuori la coalizione sono tristemente appariscenti.

Avremo quindi un probabile governo di larghe coalizioni – dichiarate o meno – che si prevede venga monitorato dal “Movimento Cinque Stelle – beppegrillo.it”. Ma è sufficiente limitarsi al ruolo di “dog watcher“ o “zitelle acide” come lo stesso neo deputato Cancelleri ha dichiarato? Non è forse arrivato il momento di aprire ad una direzione politica evidente e chiarire le preferenze interne al Movimento rispetto a Beppe Grillo autonominatosi garante politico del partito?

Intanto che i giochi di prestigio iniziano e le alleanze si muovono, il debito pubblico siciliano si sposta velocemente verso i 6 miliardi di Euro, quasi interamente costituito da prestiti e mutui (5,1 miliardi di euro), oltre a 224 milioni di euro di emissioni obbligazionarie (scadenza prevista al 2015). A fare lievitare verso i 6 miliardi sembrano essere proprio i  contratti di prestiti derivati circa 900 milioni di Euro, di cui il 90% riguarda prestiti stipulati con banche straniere ad esempio Nomura (35,3  per cento) e Merrill Lynch (20,9 per cento).

Gli apparati finanziari sono pronti a divorare la nostra sovranità a colpi di declassamento: Moody’s, Fitch Ratings, Standard&Poors  ci vedono sempre più poors. Ed è questo forse il vero motivo per cui Lombardo si è dimesso, lasciando lo scettro al rampollo di famiglia Toti.

Di Roberto Raneri


*inteso come partito storicamente eletto dai siciliani e quasi sempre al governo

Il futuro è un buco nero

Che cosa è il welfare? Cos’è? Cos’è il benessere? Può darsi che sia la capacità, per il giovane Mikael, di immaginare una vita al di fuori del proprio paese per un anno grazie a denaro garantito da uno stato benevolo, il quale si finanzia con flussi di tasse piccanti? Avere un fondo garantito di 32640 corone l’anno – 3600 euro – dal conseguimento del diploma di scuola superiore, questo è quello che si possono permettere di considerare i giovani svedesi, intorno ai loro diciannove anni. Questo se decidono di proseguire con la carriera universitaria subito dopo la fine dei loro studi superiori. Se scelgono di intraprendere una breve o momentanea carriera lavorativa prima di iniziare gli studi, sono invece loro – o le loro famiglie – ad avere l’obbligo di mantenersi durante quel lasso di tempo. È il CSN (Centrala studiestösnämden), alle dipendenze del Ministero dell’Educazione e della Ricerca, ad occuparsi dell’erogazione di questi contributi pubblici. Un finanziamento, naturalmente, garantito e a fondo perduto.

E cosa bisogna pensare del modello di stato che permette a questi ragazzi di immaginare questo orizzonte di vita indipendentemente dall’estrazione sociale? Uno stato che tassa i propri cittadini anche fino al 35 percento del loro guadagno, per permettere a questa e ad altre categorie di servizi di essere finanziate. La Svezia sceglie di porre in atto questa, tra tutte le politiche possibili. Ciononostante, la gioventù svedese non sembra nemmeno avere molta fretta ad accaparrarsi le garanzie offerte dallo stato. La maggior parte, infatti, sceglie di aspettare un anno o due, prima di iniziare l’Università – la quale sarà comunque garantita gratuitamente, sempre per seguire il filo della contribuzione statale. Sul fatto che i contributi statali a fondo perduto – grants – non si fermino nemmeno quando alcuni di quegli stessi giovani prendono meno seriamente in considerazione la propria, per dire, responsabilità, si dibatte. E sono davvero in tanti a scegliere di ritardare l’inizio degli studi universitari o professionali. Secondo il rapporto 2008 dell’OECD sull’educazione e occupazione giovanile, le casse svedesi subiscono uno stress inappropriato rispetto a quanto potrebbe essere risparmiato: ciò che viene ad ogni costo regalato, potrebbe essere invece prestato, dopo un certo periodo di inerzia universitaria, secondo alcuni. Nonostante “l’attivo e lungimirante approccio alla riforma economica” pure in tempi di crisi, il garantismo esercitato dallo stato sul diritto alla formazione non sembra avere i requisiti per qualificarsi fra le scelte orientate alla massimizzazione del profitto. Sull’opportunità della scelta, come già detto, si dibatte. Nel frattempo, il 2011 vede l’OECD già più ottimista: il paese ha retto bene alla crisi, grazie soprattutto alla sua solidità fiscale. Che dire?

Se comunque questi fondi garantiti non dovessero bastare – come nel caso di una scelta di studio fuori sede – lo studente può comunque averne altri in prestito dallo stato: fino a quasi 8000 euro l’anno, all’interesse fisso dell’1,9 percento. E questo senza considerare il costante “pieno e illimitato supporto dello Stato svedese” in materia di sicurezza e salute – come ribadiscono i certificati di assicurazione internazionale che li accompagnano tanto nelle loro trasferte estere quanto nel loro stesso paese. Nel frattempo, Barack Obama si sforza di spremere al Congresso un contributo a interesse “ridotto” pari ai diecimila dollari ogni quattro anni di impegno accademico per alcuni – pochi – milioni di giovani americani. Non è il caso di nemmeno provare a confrontare i dati sull’occupazione. Ma certo è vero che i numeri contano, dopotutto. Stiamo pur sempre parlando di un paese, la Svezia, in cui quando un milione e mezzo di abitanti guarda un video su Youtube, è un sesto dell’intera popolazione ad averlo condiviso. Praticamente l’intera popolazione, se si considera il passa parola a breve termine: un tormentone estivo può cambiare per sempre il modo in qui la gente parla. Di certo è più semplice gestire le necessità di 9 milioni di cittadini rispetto a quanto lo sia farlo per 312 milioni; o per 60 milioni.

Ma torniamo un attimo a Mikael, e alla semplice verità delle sue possibilità. La possibilità per un giovane di immaginare un futuro a breve e medio termine per sé e a partire da sé, può in qualche modo rappresentare il concetto di welfare, garantito dallo stato di diritto? E se è così, perché dovrebbe essere illecito o assurdo nutrire lo stesso desiderio anche per un giovane italiano, o americano? Mentre questo desiderio continua a covare nel dimenticatoio delle speranze italiane, il nostro dibattuto governo di tecnici progetta un credito di imposta per gli investimenti nella ricerca del 12 percento. Il New York Times, da parte sua, canta le lodi del salvatore “Re Giorgio”, ideale comunista gentiluomo impegnato nell’ardua lotta contro il suo stesso ruolo. Sembra che tutti abbiano parole per quasi qualsiasi cosa, oggi come oggi. Tranne che per i desideri di serena libertà di pianificare la propria vita che ogni giorno i giovani italiani vedono impediti dalla contingenza dei tempi e del disinteresse del sistema Italia. Il quale sembra non avere alcuna memoria della centralità del principio di mobilità sociale su cui uno stato del welfare dovrebbe essere costruito. La priorità della formazione e occupazione giovanile non sarà una priorità nemmeno per questo governo tecnico. Che Mikael e i suoi amici continuino a farci invidia.

Siamo il futuro, ci viene detto. Quando chiediamo perché però non possiamo vedere o immaginarci proprio nulla di questo nostro fantomatico futuro, allora ci ricordano che solo profeti e oracoli possono vederlo, il futuro. Cosa pensiamo mai di poter pretendere, insomma?

Di Giorgio Grasso

È tempo

È ormai universalmente riconosciuto, dal 8 novembre 2011 il quarto governo Berlusconi non ha più la maggioranza, la frittata è fatta. In tutti i giornali del mondo piovono immagini della lunga carriera politica del presidente del consiglio italiano. Scorrono ormai senza sosta, CNN e NY Times riprendono la sua faccia corrucciata e tutta la verità delle sue rughe, il pizzinino lasciato sul seggio della Camera, gli 8 tiratori scelti che l’hanno tradito. Ma nessuna di queste immagini rappresenta significativamente Silvio Berlusconi, un uomo che alla vigilia della più importante crisi politica ed economica della storia della repubblica, decide di convocare il vertice aziendale, ovvero i figli Marina, Eleonora e Pier Silvio, con i suoi più stretti collaboratori Fedele Confalonieri ed il suo immancabile avvocato-parlamentare Nicolò Ghedini. Questa è la fotografia della caduta, questo passaggio descrive l’iter politico degli ultimi di 17 anni.

Abbiamo tutti gli elementi, il familismo industriale che arena il mercato, la sovrapposizione dei ruoli istituzionali ed il deterioramento della politica in generale, la convinzione di potere costruire decisioni importanti ad arte o meglio ad hoc, senza un coinvolgimento collettivo e diffuso. In un contesto del genere, lo scioglimento del potere non avviene per bravura dell’opposizione, questo è bene ricordarlo. La transizione post-berlusconiana è spinta da una situazione economica drammatica, come in tutti cicli storici. Le dimissioni del presidente del consiglio quando arriveranno, non saranno  un gesto inevitabile perché il PD ha raggiunto finalmente una leadership politica esaltante, ma perché il titolo Mediaset quotato in borsa ha perso più del 12% oggi.

In pochi giorni il destino del nostro paese potrebbe cambiare. Gli invitati avanzano curiosi all’ingresso del transatlantico, ma sapranno dove stanno andando e come arrivare alla fine della traversata?

Tutti rumor suggeriscono che il neo-senatore a vita, Mario Monti economista con educazione bocconiana possa guidare un governo tecnico che aiuti l’Italia ad uscire dalle fauci del mercato finanziario, dai tassi di interesse sul debito pubblico che lievitano oltre le soglie di attenzione del 7%. Non sappiamo se dopo le consultazioni (che dovrebbero consumarsi entro questa settima) il parlamento offrirà la fiducia al piano Monti, proposto dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Possiamo solo immaginare che sia la soluzione più facile (1) da governare in un contesto di indecisione cronica di tutti gli schieramenti, e di totale mancanza di programmi elettorali definiti oltre che di leader politici. Chi votereste voi se si andasse al voto il 29 gennaio?

E’ tempo di pensare concretamente, lasciando da parte esistenzialismo, ma senza rinunciare al sogno di potere essere meglio rappresentati dai legislatori e senza abbandonare la pretesa di spiegare perché abbiamo una perdita di rappresentazione. Difficile sentirsi vicini alla politica con questa legge elettorale (di cui sarebbe bene parlare maggiormente), meno complicato con l’introduzione delle preferenze, ma poco realistico se si vota a ridosso di febbraio.

ll nostro, è il tempo più fragile di tutto il processo di transizione, stiamo vivendo una post-democrazia. La mancanza di una vera alternativa politica, che sia radicalmente diversa dalla politica showbiz, ci obbliga tutti ad una maggiore partecipazione ed attenzione per tutto ciò che dipende direttamente o indirettamente dalle nostre scelte individuali e collettive. La politica non può cambiare da sola, l’economia non può reagire e tornare a crescere, senza una società che cambia.

1. in termini di gestione parlamentare, non di preferenza politica.

Di Roberto Raneri