#Whiplash è un pericolo per tutti

J. K. Simmons and MIke Teller on "Whiplash"Goffredo Fofi scrive su Internazionale che “Whiplash è una favola per gonzi di destra”, e mi dispiace molto dovere dissentire. Continua a leggere

Annunci

In Woody, we trust! Blue Jasmine

Da sinistra verso destra – Sally Hawkins, Cate Blanchett

Woody Allen riesce sempre a colpirmi. Woody Allen mi ha profondamente deluso questa volta. Il pubblico di Allen è sempre nel limbo tra la sensazione di avere visto un’opera straordinaria e il tradimento, l’inganno per avere creduto ancora una volta di potere essere stregati dal regista newyorchese. Blue Jasmine riesce a comunicare bellezza e frustrazione allo stesso tempo. La bellezza, inutile dirlo, è di Cate Blanchett, che si conferma una delle attrici più brave nel panorama mondiale. Jasmine ha vissuto un’intera vita voltandosi dall’altra parte, non ha visto ciò che tutti sapevano, ha persino desiderato di essere cieca piuttosto di essere cosciente e complice delle triangolazioni del marito, interpretato da un perfetto Alec Baldwin. Ma come lei stessa dice “c’è un limite ai traumi che una persona può sopportare prima di mettersi ad urlare in mezzo alla strada”. Continua a leggere

La Mafia uccide solo d’estate

La Mafia uccide solo d'estate - Locandina“Due biglietti per La Mafia uccide solo d’estate, per favore.” “Mi dispiace ma siamo in inverno” – ironizza il cassiere di un cinema di provincia. L’opera prima di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, ha vinto il premio del pubblico al 31° Torino Film Festival e potrebbe diventare un modo alternativo di portare sul grande schermo tematiche di rilevanza sociale. La Mafia uccide solo d’estate è sicuramente un’opera originale, in grado di alternare lo stile del docufilm alla narrazione fluida della commedia italiana, senza essere mai banale. Pif spiega attraverso due bambini, Arturo e Flora, la presenza camaleontica di Cosa Nostra in Sicilia dagli anni 70’ agli anni 90’ denunciando l’omertà della classe popolare e borghese, ma soprattutto denunciando la connivenza dei partiti di governo durante quel periodo storico.

Arturo è un bambino curioso, scava sotto la superficie delle cose, ha un disperato bisogno di comunicare e capire cosa stia realmente accadendo nella sua città, Palermo, dove insieme a Flora scopre che la Mafia esiste, al contrario di quanto molti sostengono. Chi ha vissuto Palermo dagli anni ‘70 agli anni ’90, ha convissuto con l’ascesa di Totò Reina, con le macchine esplose di sangue, con i 400 kg di tritolo di Capaci e i brandelli di vite umane che schizzano sulle finestre di via D’Amelio. I 90 minuti del film riescono a tratteggiare quell’atmosfera senza la prevedibilità della violenza vuota di significato.

L’intento del regista, impegnato nella lotta alla mafia anche con il suo programma Il testimone, in onda su MTV, sembra essere proprio quello di denunciare “quanto la mafia entri nella nostra vita, anche se ufficialmente noi non abbiamo nulla a che fare con la mafia,” come egli stesso ha affermato. Molto coraggioso volere affrontare quel periodo così buio della nostra storia recente; tuttavia avrebbe avuto senso inquadrare cosa succede anche dopo il 1994 in Sicilia e in Italia. Forse in un secondo capitolo?

IL TESTIMONE: BACKSTAGE de “La Mafia uccide solo d’estate”

In ogni caso, La Mafia uccide solo d’estate è un ottimo strumento educativo e divulgativo che riesce a descrivere il fenomeno mafioso senza trascendere verso la pesantezza dei prodotti cinematografici e televisivi che in questi anni hanno scelto di raccontare Cosa Nostra. 

Oltre a Pif nel ruolo protagonista insieme a Cristiana Capotondi (Flora), possiamo apprezzare anche Ninni Bruschetta, Claudio Gioè e Barbara Tabita. Il film è stato realizzato con il contributo del MiBac, prodotto da Rai Cinema e Wildside, distribuito da 01 Distribution. Anche in questo caso, come era già successo con È stato il Figlio di Daniele Ciprì, il film è interamente ambientato a Palermo, diretto da un palermitano e di ampia diffusione nazionale, ma la Sicilia Film Commission non ha contribuito alla sua realizzazione che è stata invece supporta dalla Lazio Film Commission. Normale esternalizzazione della produzione cinematografica oppure un’ennesima occasione di slancio per il cinema locale sprecata?

Di Roberto Raneri

Ender’s Game

Ender's GameQUESTO ARTICOLO È SPOLIER FREE

A ventotto anni dalla sua pubblicazione (trentacinque, se si considera il racconto breve da cui è stato poi sviluppato il romanzo), Ender’s Game di Orson Scott Card (Il gioco di Ender, Editrice Nord) è finalmente arrivato al grande schermo. Il film è nelle sale europee dallo scorso 30 Novembre, mentre negli Stati Uniti l’uscita è stata posticipata all’1 Novembre, per evitare la concomitanza con il climax dei festeggiamenti di Halloween, notoriamente tra i periodi peggiori per i botteghini americani insieme alle prossimità del 4 Luglio. Ne parliamo, quindi, proprio mentre il film è nelle fasi finali del suo week-end di debutto nel mercato di maggior rendimento, senza quindi avere ancora dati definitivi sulla resa al botteghino. Ciò detto, le sensazioni sono complessivamente molto positive.

Il gioco di Ender, Editrice NordNon solo il film scritto e diretto da Gavin Hood ha ricevuto recensioni incoraggianti a livello generale, ma per i critici di settore è risultato essere un buon lavoro di trasposizione e, complessivamente, uno dei migliori prodotti sci-fi dell’ultimo anno (niente a che vedere quindi con mostruosità fallimentari quali Man of Steel, Oblivion, After Earth). Ender’s Game è sicuramente un film degno di essere visto: le due ore relativamente ben ponderate di narrazione e azione tengono quasi sempre fede alla caratterizzazione originale dei personaggi, e anche quando la stessa esattezza non è riscontrabile in determinati dettagli o descrizioni di eventi, la complessiva coerenza del lavoro di trasposizione soddisfa abbastanza da fare sorridere. Considerando la qualità narrativa dell’opera originale, Ender’s Game – vincitore nel 1985 sia del premio Hugo che del premio Nebula – fa parte a pieno titolo della migliore fantascienza mai scritta, includendo quindi Orson Scott Card nel novero dei grandi maestri del genere, insieme ad autori quali Ursula K. Le Guin, Isaac Asimov, Ray Bradbury, Jack Vance, e molti altri. La responsabilità di Hollywood è quindi grande, nei confronti di quest’opera. Naturalmente delle scelte sono state fatte, e delle omissioni anche consistenti sono presenti nel film; ed è qui che si apre la solita, imperitura, vexata quaestio: è possibile trasporre efficacemente un libro in un film mantenendo del tutto intatta la struttura, la sostanza e l’emotività dell’opera originale? Il compromesso che porta all’omissione, alla riorganizzazione o alla trasformazione è una necessità inevitabile o una opportunità pilotabile per i più disparati fini (di botteghino, principalmente)?

Ender's Game, Tor BooksHood ha eloquentemente descritto  in diverse occasioni le difficoltà connesse alla trasposizione del romanzo di Card dal testo alla sceneggiatura. Le necessità del processo di adattamento di un’opera al grande schermo, indipendentemente dal genere, riguardano prima di ogni altra cosa la diversità di strumenti che un regista ed uno scrittore hanno a disposizione. La storia che seguiamo, sia nel romanzo che nel film, ruota attorno ad Ender Wiggin, ed al ruolo che, grazie alle sue capacità e le sue intenzioni, si ricava nel mondo che lo circonda; un mondo che cerca nell’infinita potenzialità intellettuale di un bambino alle porte dell’adolescenza la chiave per ribaltare le sorti di una umanità in apparente pericolo. A Ender, come ai suoi pari, non è concesso margine di errore; dovrà essere capace di spietato e violento genio tattico, ma al tempo stesso di ponderato e razionale contegno emotivo. Sono i pensieri ed il sentire di Ender i veri protagonisti del romanzo di Card, poiché è attraverso i suoi occhi che seguiamo il dipanarsi delle vicende: come quindi mantenerli al centro dell’attenzione senza un “noioso voice over”? Un presupposto che rende il progetto titanico in partenza, soprattutto se in più si considera la pressione rappresentata dall’aspettativa che un titolo di così largo e affermato successo di genere porta inevitabilmente con se: qualcuno rimarrà sempre inevitabilmente deluso. Hood ha scelto di affidarsi ai suoi attori per sintetizzare la complessità emotiva e introspettiva che rende il romanzo di Card uno dei grandi capolavori della fantascienza, e con discreto successo (Asa Butterfield è un protagonista eccezionale; Ben Kingsley buca lo schermo da fermo ed Harrison Ford compensa la sua saltuaria stolidità con la familiarità dei panni che veste). D’altra parte, la sceneggiatura si concentra però unicamente su Ender, che viene seguito costantemente per tutta la durata della narrazione, escludendo quindi i punti di vista del fratello e della sorella di Ender, che nel romanzo hanno un ruolo individuale e sostanziale, anche se separato e distante da quello del protagonista. Questa è probabilmente una delle scelte che più fortemente potrebbe compromettere il giudizio finale dei fan dell’opera; oppure presentarsi come una florida opportunità di ricomporre l’integrità dell’opera in una serie di sequel, aprendo le porte alla creazione di un ennesimo franchise hollywoodiano. Ma senza i dati di botteghino, è ancora un po’ presto per sbilanciarsi nel merito. Non è comunque un caso che Ender’s Game abbia impiegato così tanto tempo a raggiungere il grande schermo.

Nonostante la gestazione di questo progetto sia iniziata quasi a ridosso dell’immenso successo editoriale che ha accolto il libro fin dalla sua uscita nel 1985, è stato solo negli ultimi cinque anni che la produzione è riuscita a concretizzare un trattamento adatto alla lavorazione sia dal punto di vista tecnico che economico, sotto la direzione di Gavin Hood (regia, sceneggiatura) e Roberto Orci (produzione). Secondo l’autore, che per primo aveva avuto l’incarico di farne un adattamento cinematografico, il romanzo era di fatto “inadattabile” , troppo concentrato sulla prospettiva interiore dei personaggi, troppo denso, con un arco temporale troppo lungo per un unico film, e complessivamente inadatto dal punto di vista “tecnico” alla resa cinematografica. A diversi anni dall’abbandono di Card, Gavin Hood e la Odd Lot Entertainment hanno finalmente ripreso in mano il progetto, proponendo un taglio che se da un lato di certo farà discutere, sotto molti aspetti si presenta come una trasposizione fedele dell’opera di Card. La complessità dell’opera di Card riesce a emergere dallo schermo, e anche se in nessun caso il film potrà mai sostituirsi al romanzo, quantomeno, per una volta potremo uscire dal cinema senza desiderare di dimenticare il più presto possibile ciò che abbiamo appena visto. Non è il caso di entrare più di tanto nel dettaglio: si tratta pur sempre di un libro che va letto, quindi ci fermeremo qui, consigliandovi vivamente sia la lettura del libro che la visione del film. Possibilmente in quest’ordine, anche se potrebbe ormai essere troppo tardi…

Di Giorgio Grasso

Educazione Siberiana

educazione-siberiana_cover-759x556Dopo il breve passaggio nelle sale di Happy Family (2010), Gabriele Salvatores ritorna al cinema con Educazione Siberiana, in proiezione dallo scorso 28 Febbraio. Una produzione congiunta Cattleya e Rai Cinema, Educazione Siberiana è tratto dal libro omonimo di Nicolai Lilin, al quale è accreditato il soggetto, sceneggiato però da Salvatores, Stefano Rulli e Sandro Petraglia. A due settimane dall’uscita del film, è già possibile avere un polso relativamente preciso del livello di gradimento che la pellicola ha registrato presso critica e pubblico, e per quanto si voglia continuare ad avere simpatia, apprezzamento e ammirazione per Salvatores e il suo lavoro, in effetti non sembra essere andata molto bene per Educazione Siberiana.

Dopo un primo weekend di incassi relativamente sostenuti – circa un milione e mezzo di euro – il film si è attestato intorno ai tre milioni e mezzo di euro, e a sentire il passaparola generatosi nei giorni immediatamente successivi all’uscita del film, c’è in effetti una profonda congruenza in questi numeri. Se infatti le ultime due settimane di promozione del film sono state abbastanza sostenute da giustificare un afflusso denso nel primo weekend – e di certo il trailer al fulmicotone ha aiutato parecchio – le reazioni che spesso si sono potute cogliere sia fuori dalle sale che sulla rete testimoniano della tiepidezza con cui il film è stato ricevuto. Insomma, il film ha lasciato delusi i più, che hanno sconsigliato ad amici e parenti di andare al cinema a spendere soldi in tempo di crisi. Pace, amen.

Delle critiche è in effetti possibile farle a questo film, forse proprio perché a dirigere il progetto è Salvatores, su cui abbiamo imparato a riporre così tanta aspettativa.

Affascinato dal libro autobiografico di Lilin, Salvatores cerca di entrare con questo lavoro in un processo di disamina, umana e culturale, di un piccolo pezzo di mondo, la Transnistria, una regione compresa tra Moldavia e Ucraina, la quale, durante i dieci anni che vanno dal 1985 al 1995, subisce un progressivo e totale sovvertimento socio-economico, parallelo al progressivo disgregarsi dell’Unione Sovietica. Il fuoco della narrazione si concentra sulla vita di due ragazzi, Kolima e Gagarin, i quali crescono all’interno di una comunità di “criminali onesti”, all’interno della quale ha origine l’educazione siberiana impartita ai protagonisti, di cui il film descrive forme e implicazioni. Quella dei “criminali onesti” è una realtà storica che è lentamente venuta a trasformarsi dopo la caduta del muro di Berlino, ma fino ai tempi del primo conflitto Ceceno ancora radicata nelle comunità che avevano nel tempo sviluppato forme di resistenza civile alla dittatura comunista. I “criminali onesti” erano ladri e all’occorrenza anche assassini, se per una ragione precisa, ma mai usurai, mai sfruttatori della prostituzione, mai spacciatori di droga o stupratori; contro queste categorie di criminali, anzi, i “criminali onesti” avevano il diritto e il dovere di intervenire, per il bene della comunità di cui si facevano protettori. Il film sviluppa il rapporto tra i due protagonisti sullo sfondo del contesto ambientale in cui nascono e crescono, e rispetto al quale maturano disposizioni personali e divergenti. Fondamentale il ruolo che sia nell’educazione, sia nella storia ricopre il personaggio di nonno Kuzya, un sempre splendido John Malkovitch che interagisce abilmente con i due giovani interpreti lituani Arnas Fedaravicius (Kolima) e Vilius Tumalavicius (Gagarin), entrambi alla loro prima esperienza sullo schermo.

Salvatores si dimostra un regista ormai capace di confezionare abilmente qualsiasi tipo di prodotto – basti pensare alla distanza che intercorre tra film come Sud, Nirvana, Denti. In Educazione Siberiana la sua regia è abile e attenta a seguire le necessità di posizionamento dello spettatore, ma forse si concentra a volte un po’ troppo su una certa tendenza all’estetismo. Non è però tanto questo a fare storcere il naso, né tantomeno la scelta di procedere in una narrazione non lineare, da certa critica percepita come fuorviante e inconsistente. Ciò che forse manca a questo film è il trasporto di un intreccio; non è infatti possibile dire che non vi sia una storia da raccontare, perché la storia di fatto c’è, così come i personaggi, e l’ambientazione. Ma data la qualità straordinaria dell’ambientazione, la cui descrizione eroica ed inusuale impegna e affascina lo spettatore per la prima metà del film, la storia di amore e di odio che da questo ambiente si dipana fallisce nel conquistare tutto il trasporto emotivo e cognitivo del pubblico. E’ quasi come se vi fosse una fondamentale incongruenza tra l’apparente ordinarietà della storia umana che ci viene raccontata, e l’aspettativa straordinaria creata dall’abilissima descrizione dell’ambientazione; la narrazione non lineare scelta da Salvatores, che fa muovere alternativamente la storia su due binari principali separati da circa dieci anni, fa presumere la complessità di un intreccio che invece non c’è, e che in ultimo forse delude perché ha tradito la nostra aspettativa.

Come accennavamo all’inizio, è quindi possibile fare delle critiche a questo film, anche volendosi trattenere per non dare via troppi dettagli a chi ancora il film non l’ha visto; ma detto questo, le possibili critiche non giustificano di certo un eventuale boicottaggio delle sale, come invece sta apparentemente accadendo. Non mi pento di essere andato al cinema a vedere questo film; è anzi un’ottima opportunità per confrontarsi sia con una ambientazione nuova, complessa e intrigante, sia con un regista capace e profondo. Il fatto che il lavoro di Salvatores possa essere criticato significa solo che può essere ancora più interessante conoscerlo; sempre e comunque meglio che sprecare tempo e soldi per andare a vedere perle del calibro di Ci vuole un gran fisico o Il principe abusivo, di cui le sale italiane sono sempre ben piene, e che però non vanno mai abbastanza male perché ci si levi il vizio. Per quanto infatti la critica sia unanime nel descrivere Il principe abusivo come uno dei peggiori film della storia del cinema italiano, la pellicola veleggia comunque oltre i quattordici milioni di incasso, mentre Educazione Siberiana scivola lentamente fuori dalla rete di distribuzione. Ad maiora.

Di Giorgio Grasso

This must be the place

[118 min, 2011]

Credeteci fino alla fine, dovete riuscire a trovarlo, deve essere lì da qualche parte!

Paolo Sorrentino gioca ancora con il pendolo del tempo, facendoci percorrere in maniera anomala quella dimensione sospesa tra passato e futuro. Il film naviga per le strade periferiche di Dublino dove l’imponente Aviva Stadium nasconde i brutti odori della classe operaia irlandese. Rifugge dai colori scuri della Guiness e ripiega sulla realtà ovattata delle tea house, atmosfera monotona che viene subito spazzata da Cheyenne, rock star che nuota nel kitch delle sue royalties. Il cantante vintage interpretato da Sean Penn, si protegge dietro centimetri di make-up ma rifiuta di essere definito un artista o di esserlo mai stato. Sembra incredibile per essere un divo con un passato molto punk ma ha solo una moglie (Frances McDormand), custode della sua noia quotidiana. Cheyenne, durante il giorno si aggira per le vie di Dublino, improvvisandosi figura di riferimento per l’adolescente Mary, interpretata da Eve Hewson (alias figlia narurale del celebre Bono) e per la madre di Mary (Olwen Fouere).

Tutto è carino, rilassante, graziato dal fascino dei 35 mm, ma normale. Finché un telefono rosso squilla. Da quel momento tutto cambia per Cheyenne, che ha l’occasione di riconnettere il passato con il presente.
L’attore californiano ritrova la tensione già vista in Milk, anche se in chiave del tutto diversa, e regala un gioco di prestigio al pubblico che viaggia con lui tra Dublino e New York.

Il film ancora caldo, premiato a Cannes dalla giuria ecumenica, ci regala una storia da spogliare indumento per indumento, molto lentamente, per capirne il senso.
Unica pecca la scelta dei tempi nel montaggio, poco efficace, soprattutto nella parte iniziale del film sembra non avere continuità di ripresa. Forse una scelta voluta, ma le immagini non riescono a scorrere fluide, la sensazione è di una macchina che si spenga di colpo e poi riparte. Ma quando il telefono rosso squilla i tempi passano in secondo piano, gli stacchi sembrano necessari e tutto si allinea. Inizia una una ricerca del dettaglio impressionante, investigativa. Un viaggio verso angoli degli Stati Uniti di cui abbiamo solo sentito parlare. Ma anche no, come Alamogordo in New Mexico o Bad Axe in Michigan! Un vero road movie per Sorrentino, il cui titolo prende ispirazione da una canzone dei Talking Heads. Per gli amanti del gruppo, fondamentale sapere dell’apparizione di David Byrne, celebre al mondo per avere scritto il testo di ‘Psyco killer’ proprio dei Talking Heads, e già curatore della colonna sonora di ‘Wall street (1987)’. Ed è proprio lui, insieme a Will Oldham, a curare una colonna sonora  semplicemente brillante, non perdetevi assolutamente i ‘pieces of shit’ (letteralmente i pezzi di merda!) che animano splendidamente buona parte del film.
Siamo potenzialmente spettatori ma anche testimoni del film che consacrerà il regista de ‘il Divo’ a livello internazionale. Naturalmente è una scommessa per Andrea Occhipinti e Nicola Giuliano produttori in quota Lucky Red del film, insieme a Medusa e Indigo per l’Italia.
Il budget complessivo del film si aggira attorno ai 25 mln di €, l’incasso delle prime due settimane è di 1,49 mln di €, ed è attualmente secondo al box office. Ma le vele sembrano abbastanza gonfie, se si pensa che deve ancora transitare per il London Film Festival (26 ottobre), per il mercato tedesco a novembre, e sopratutto quello americano a dicembre 2011, probabilmente vero target, anche se Sorrentino ci tiene a fare sapere in conferenza stampa che il film è stato venduto in tutto il mondo, tranne che in Cina.

Se non lo avete ancora fatto, andate al cinema a vederlo, e ricordate che ognuno ha qualcuno da ricercare, che sia sotto casa, in Val Susa o nel New Mexico.

Di Roberto Raneri