Ender’s Game

Ender's GameQUESTO ARTICOLO È SPOLIER FREE

A ventotto anni dalla sua pubblicazione (trentacinque, se si considera il racconto breve da cui è stato poi sviluppato il romanzo), Ender’s Game di Orson Scott Card (Il gioco di Ender, Editrice Nord) è finalmente arrivato al grande schermo. Il film è nelle sale europee dallo scorso 30 Novembre, mentre negli Stati Uniti l’uscita è stata posticipata all’1 Novembre, per evitare la concomitanza con il climax dei festeggiamenti di Halloween, notoriamente tra i periodi peggiori per i botteghini americani insieme alle prossimità del 4 Luglio. Ne parliamo, quindi, proprio mentre il film è nelle fasi finali del suo week-end di debutto nel mercato di maggior rendimento, senza quindi avere ancora dati definitivi sulla resa al botteghino. Ciò detto, le sensazioni sono complessivamente molto positive.

Il gioco di Ender, Editrice NordNon solo il film scritto e diretto da Gavin Hood ha ricevuto recensioni incoraggianti a livello generale, ma per i critici di settore è risultato essere un buon lavoro di trasposizione e, complessivamente, uno dei migliori prodotti sci-fi dell’ultimo anno (niente a che vedere quindi con mostruosità fallimentari quali Man of Steel, Oblivion, After Earth). Ender’s Game è sicuramente un film degno di essere visto: le due ore relativamente ben ponderate di narrazione e azione tengono quasi sempre fede alla caratterizzazione originale dei personaggi, e anche quando la stessa esattezza non è riscontrabile in determinati dettagli o descrizioni di eventi, la complessiva coerenza del lavoro di trasposizione soddisfa abbastanza da fare sorridere. Considerando la qualità narrativa dell’opera originale, Ender’s Game – vincitore nel 1985 sia del premio Hugo che del premio Nebula – fa parte a pieno titolo della migliore fantascienza mai scritta, includendo quindi Orson Scott Card nel novero dei grandi maestri del genere, insieme ad autori quali Ursula K. Le Guin, Isaac Asimov, Ray Bradbury, Jack Vance, e molti altri. La responsabilità di Hollywood è quindi grande, nei confronti di quest’opera. Naturalmente delle scelte sono state fatte, e delle omissioni anche consistenti sono presenti nel film; ed è qui che si apre la solita, imperitura, vexata quaestio: è possibile trasporre efficacemente un libro in un film mantenendo del tutto intatta la struttura, la sostanza e l’emotività dell’opera originale? Il compromesso che porta all’omissione, alla riorganizzazione o alla trasformazione è una necessità inevitabile o una opportunità pilotabile per i più disparati fini (di botteghino, principalmente)?

Ender's Game, Tor BooksHood ha eloquentemente descritto  in diverse occasioni le difficoltà connesse alla trasposizione del romanzo di Card dal testo alla sceneggiatura. Le necessità del processo di adattamento di un’opera al grande schermo, indipendentemente dal genere, riguardano prima di ogni altra cosa la diversità di strumenti che un regista ed uno scrittore hanno a disposizione. La storia che seguiamo, sia nel romanzo che nel film, ruota attorno ad Ender Wiggin, ed al ruolo che, grazie alle sue capacità e le sue intenzioni, si ricava nel mondo che lo circonda; un mondo che cerca nell’infinita potenzialità intellettuale di un bambino alle porte dell’adolescenza la chiave per ribaltare le sorti di una umanità in apparente pericolo. A Ender, come ai suoi pari, non è concesso margine di errore; dovrà essere capace di spietato e violento genio tattico, ma al tempo stesso di ponderato e razionale contegno emotivo. Sono i pensieri ed il sentire di Ender i veri protagonisti del romanzo di Card, poiché è attraverso i suoi occhi che seguiamo il dipanarsi delle vicende: come quindi mantenerli al centro dell’attenzione senza un “noioso voice over”? Un presupposto che rende il progetto titanico in partenza, soprattutto se in più si considera la pressione rappresentata dall’aspettativa che un titolo di così largo e affermato successo di genere porta inevitabilmente con se: qualcuno rimarrà sempre inevitabilmente deluso. Hood ha scelto di affidarsi ai suoi attori per sintetizzare la complessità emotiva e introspettiva che rende il romanzo di Card uno dei grandi capolavori della fantascienza, e con discreto successo (Asa Butterfield è un protagonista eccezionale; Ben Kingsley buca lo schermo da fermo ed Harrison Ford compensa la sua saltuaria stolidità con la familiarità dei panni che veste). D’altra parte, la sceneggiatura si concentra però unicamente su Ender, che viene seguito costantemente per tutta la durata della narrazione, escludendo quindi i punti di vista del fratello e della sorella di Ender, che nel romanzo hanno un ruolo individuale e sostanziale, anche se separato e distante da quello del protagonista. Questa è probabilmente una delle scelte che più fortemente potrebbe compromettere il giudizio finale dei fan dell’opera; oppure presentarsi come una florida opportunità di ricomporre l’integrità dell’opera in una serie di sequel, aprendo le porte alla creazione di un ennesimo franchise hollywoodiano. Ma senza i dati di botteghino, è ancora un po’ presto per sbilanciarsi nel merito. Non è comunque un caso che Ender’s Game abbia impiegato così tanto tempo a raggiungere il grande schermo.

Nonostante la gestazione di questo progetto sia iniziata quasi a ridosso dell’immenso successo editoriale che ha accolto il libro fin dalla sua uscita nel 1985, è stato solo negli ultimi cinque anni che la produzione è riuscita a concretizzare un trattamento adatto alla lavorazione sia dal punto di vista tecnico che economico, sotto la direzione di Gavin Hood (regia, sceneggiatura) e Roberto Orci (produzione). Secondo l’autore, che per primo aveva avuto l’incarico di farne un adattamento cinematografico, il romanzo era di fatto “inadattabile” , troppo concentrato sulla prospettiva interiore dei personaggi, troppo denso, con un arco temporale troppo lungo per un unico film, e complessivamente inadatto dal punto di vista “tecnico” alla resa cinematografica. A diversi anni dall’abbandono di Card, Gavin Hood e la Odd Lot Entertainment hanno finalmente ripreso in mano il progetto, proponendo un taglio che se da un lato di certo farà discutere, sotto molti aspetti si presenta come una trasposizione fedele dell’opera di Card. La complessità dell’opera di Card riesce a emergere dallo schermo, e anche se in nessun caso il film potrà mai sostituirsi al romanzo, quantomeno, per una volta potremo uscire dal cinema senza desiderare di dimenticare il più presto possibile ciò che abbiamo appena visto. Non è il caso di entrare più di tanto nel dettaglio: si tratta pur sempre di un libro che va letto, quindi ci fermeremo qui, consigliandovi vivamente sia la lettura del libro che la visione del film. Possibilmente in quest’ordine, anche se potrebbe ormai essere troppo tardi…

Di Giorgio Grasso

An electrical hum

È troppo tardi, non abbiamo speranza di sfuggire alla trappola, ormai. Una trappola subdola, sciacquata di vaghezza, doppiamente pericolosa. Ci siamo convinti di potere essere liberi di scegliere, ma cosa davvero possiamo scegliere? L’infinita teoria di indumenti, accessori, tecnologia, cibi, paramenti di vario genere, intrattenimenti ergonomici, umanitari e umanistici è alla mercé della nostra scelta: quindi, noi siamo liberi. Ma dove inizia, dove finisce questa libertà? Cosa rappresenta, come ci rappresenta questa potenziale scelta infinita? Chi ce la da questa libertà? Ce la prendiamo, per caso? Ci viene concessa? M.T. Anderson ha una idea complessa di questo parossismo culturale, e come nella migliore fantascienza, decide di immaginare una versione – paurosamente plausibile – delle estreme conseguenze del processo di massificazione dei consumi che allieta il nostro divenire storico. Feed (Fabbri Editore Contrasti, 2005; titolo originale Feed di M. T. Anderson, Candlewick 2004) è un romanzo di posizionamento problematico. Inteso come opera per ragazzi – o giovani adulti che dir si voglia – si lascia peró difficilmente limitare in questa categoria. Come molta letteratura fantastica o di fantascienza, è aperto ad uno spettro molto più ampio di lettori, giovani come adulti. Tramite gli occhi sornioni e vagamente disinteressati di un giovane americano medio, Anderson ci mostra la sua visione di un mondo futuro in cui la scienza è finalmente riuscita ad abbattere i limiti fisici ed energetici della tecnologia informatica; i feed – per l’appunto – sono computer abbastanza piccoli da poter essere installati direttamente nei cervelli umani. Questo computer cerebrale però, non è un’unità a se stante; è direttamente collegato alla rete. Ad una rete fagocitante e smaniosa che impera sulle coscienze, avendo come unico scopo quello di perfezionare le tecniche di data mining più adatte alla formazione – e si intenda il senso più lato del termine – di consumatori costantemente ed esponenzialmente consumanti, ordinati e semplificati in precise categorie.

Non è mia intenzione continuare a descrivere questa curiosissima ambientazione, adesso, altrimenti non avrebbe più senso leggerlo, il libro.

Vi basti riflettere su alcune cose, giusto per avere un’idea del tono complessivo di questo romanzo. In una società dove un mostruoso capitalismo ultra-liberista è unicamente indirizzato verso il progresso esponenziale dei consumi, una società dove si chatta col pensiero anziché parlare, dove si cerca sul feed invece che sui libri, che senso potrebbe mai avere imparare a leggere o a scrivere? Tutti sono delle piccole Wikipedia, tutti hanno accesso infinito a qualsiasi informazione; ma che utilità ha tutto ciò in un contesto entro il quale la Scuola™ è un marchio registrato dalla Corporation che la gestisce? Con un colossale richiamo al feticismo delle merci marxista, Anderson sembra volere dare un peso politico alla sua narrativa. Il distacco tra merce consumata e processo produttivo è assoluto, sublime, perfetto: la nuova società dei consumi è pronta ad auto replicarsi all’infinito, senza sosta e senza tema. Ma è davvero un sistema perfetto? Davvero nemmeno un errore, nemmeno un contraddittorio è presente in questa definitiva versione aggiornata del Sogno Americano? Seguendo i tentativi di coraggiosa e spesso inconsapevole devianza – quasi naturalmente determinata – dei nostri protagonisti, ci perdiamo in un sogno distopico di cui vogliamo sapere ad ogni costo la fine.

E quindi facciamolo leggere questo libro ai nostri giovani adulti; ai ragazzi come ai nonni futuri, nonni presenti, mamme, papà, fratelli, sorelle. Perché nonostante il destino atroce che paventa e quanto sia esso già inquietantemente radicato nella nostra realtà, non siamo ancora arrivati al punto in cui la letteratura, l’arte, sono così distanti dal nostro sentire da non potervi più fare presa. La passione è a questo punto una delle poche cose che ci può davvero salvare, che ci può fare notare, inaspettato, quel ronzio sommesso di cui parla Paul Simon; il ronzio di quando cambiamo opinione, quasi all’oscuro da noi stessi. Ad esempio mentre leggiamo un buon libro; o quando lo facciamo leggere.

Di Giorgio Grasso