Genova tradita dall’asfalto

di Mattia Marello

Fino a quando? La gestione del territorio spinge sempre in avanti il  punto di equilibrio fra capacità geo-fisiche e attività antropiche. Questo modello di sviluppo drena le risorse e ribalta la composizione essenziale del sistema. In Italia, a partire dagli anni 70’, il territorio è stato inteso come un cono capace di filtrare qualunque interesse individuale e collettivo, abbiamo ridotto la sua superficie  così tanto  da esserne inghiottiti dentro.

Il Bisagno è un torrente che nasce sul Passo della Scoffera, tra i monti ricoperti di boschi alle spalle di Genova, percorrendo circa trenta chilometri prima di sfociare nel mare. Pochi di noi ne conoscevano l’esistenza prima che diventasse il più famoso torrente di tutta la penisola, conquistandosi tale fama il pomeriggio del 4 novembre. Insieme con il rio Fereggiano, sono solo i primi due colpevoli dell’alluvione che ha investito il capoluogo ligure: le loro esondazioni hanno sommerso parte della città trasportando fango e detriti. Alla base di tutto ci sono le intense piogge che hanno colpito l’area genovese, con un picco di 300 mm misurati in sole tredici ore. Le conseguenze peggiori si sono avute nell’ultimo tratto del Fereggiano prima di sfociare nel Bisagno, passando sotto le vie di Marassi. Nel caso del Bisagno il problema è quando entra in città dove il fiume si trasforma, con il tratto all’altezza della Stazione di Brignole, ricoperto, intubato e tombinato, impedendo il normale sfogo delle acque. L’antropizzazione disordinata delle aree ha portato al sotterramento del corso dei due fiumi, elevando notevolmente il rischio di esondazioni ed effetti tappo per via dei detriti trasportati dalle acque.

Christian Abbondanza, presidente della ONLUS Casa della Legalità e della Cultura, mette perfettamente in luce quale sia l’ordine dei problemi. Per il miglioramento delle condizioni di deflusso del torrente sono stati spesi 65 milioni di euro e, “nonostante i lavori realizzati in teoria per la messa in sicurezza, è il mare che entra nel Bisagno e non il contrario.” Ciò sottolinea come a Genova non sia sufficiente provvedere a misure di adeguamento e manutenzione delle strutture già presenti, ma sia necessario un programma di ridefinizione completa dei piani di urbanizzazione. In un’indagine condotta da Protezione Civile e Legambiente: circa 1 abitante su 6 del capoluogo ligure vive o lavora in aree ad elevato rischio idrogeologico. Questo rapporto è stato presentato l’11 ottobre scorso, poco meno di un mese prima che la città venisse colta di sorpresa e impreparata dalle esondazioni.

Due domande sorgono spontanee: quanto realmente sorpresi erano gli amministratori locali considerato il fatto che questo e molti altri studi degli ultimi anni hanno messo in luce un uso del suolo aberrante? Sebbene la situazione urbanistica a Genova implichi operazioni di lungo periodo e certamente costose per la messa in sicurezza dei torrenti e di certi quartieri che risultano addirittura sotto il livello degli argini, perché ad oggi non si è fatto niente di decisivo?

Nell’82% dei comuni italiani sono presenti aree esposte a rischio idrogeologico. Lo sfruttamento del territorio non è una questione astratta; di fatto il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare ha varato un piano straordinario di prevenzione che prevedeva lo stanziamento di 2,5 miliardi di euro. Le risorse per metterlo in atto non ci sono, mentre sono milioni gli euro stanziati per ripagare i danni causati da frane e alluvioni ogni volta che si verificano. La prevenzione paga sia dal punto di vista economico – come vari studi dimostrano – sia dal punto di vista ambientale, evitando che il danno occorra piuttosto che limitarsi a riparare.
Alcuni tra i cittadini di Genova che conoscono le zone colpite, si dicono convinti che gran parte della responsabilità sia da attribuire ad una mancata pulizia dei letti dei fiumi. Legambiente inoltre afferma che la prevenzione non deve avvenire semplicemente attraverso il taglio della vegetazione fluviale o la pulizia ed escavazione degli alvei per allagamenti e alluvioni. Anzi, sostiene che questo addirittura potrebbe peggiorare la situazione inducendo, nel caso di taglio della vegetazione, una molto più veloce discesa dell’acqua da monte a valle durante le piene. “La soluzione migliore per il Bisagno e gli altri corsi d’acqua, è la rimozione delle coperture e delle strade o una loro rivisitazione dal punto di vista idraulico, e dei palazzi che impediscono il deflusso verso il mare.”

Da evento climatico estremo si è passati a disastro per le negligenze di parti pubbliche e private, responsabili di opere di cementificazione e urbanizzazione degeneri; da disastro a tragedia per un deficit d’informazione dovuto all’incapacità delle istituzioni locali di attuare piani di comunicazione capillare d’emergenza. Sebbene si possano trovare nelle dinamiche degli ecosistemi le cause che hanno innestato l’alluvione, è nello sfruttamento del suolo da parte dell’uomo che troviamo la colpa più grande: piani regolatori dettati dalla politica e non dalle necessità del territorio, eccessiva urbanizzazione, abusivismo e condoni. L’assenza di valutazioni d’impatto ambientale sui progetti, che sebbene obbligatorie per legge sono spesso incomplete, e troppe volte è necessario un ricorso al tribunale per supplire a questa carenza. Ora che il fango è stato spalato, le vie liberate, è arrivato il momento di cercare le responsabilità per quanto è stato fatto e per ciò che invece si sarebbe dovuto fare.