#Whiplash è un pericolo per tutti

J. K. Simmons and MIke Teller on "Whiplash"Goffredo Fofi scrive su Internazionale che “Whiplash è una favola per gonzi di destra”, e mi dispiace molto dovere dissentire. Questo perché in ultimo sono parzialmente d’accordo con la sua tesi fondamentale: questo film rispecchia una ideologia precisa. Ma definirla “di destra” è parziale e inesatto. Poi, è chiaro che in questi giorni si parli del film di Damien Chazelle, soprattutto dopo i tre oscar che si è portato a casa.

Il principio della prevaricazione dei vincitori sui vinti è del tutto trasversale alla politica – e questo è forse il vero problema. Nella maggior parte dei casi, i vincitori, il fine stesso della vittoria, e quindi i mezzi per ottenerla, sono comunemente visti come al di sopra di qualsiasi altro valore, principio o necessità. L’antico adagio che gli statunitensi si trascinano dietro da quando i loro padri fondatori vollero scrivere sulla dichiarazione di indipendenza che ogni cittadino americano ha diritto a ricercare la felicità, che oggi si traduce nella fede cieca e nell’ottemperanza alle logiche liberiste, portate avanti tanto da amministrazioni repubblicane quanto democratiche. È vero, Eastwood parla oggi ad un pubblico di destra; ma Chazelle parla a tutti.

Whiplash non è un film su chi combatte, ma su chi vince. Il protagonista vive come una sconfitta il proprio collasso alle pressioni criminali del proprio mentore, e infatti per un anno si allontana del tutto dalla musica, poiché non si ritiene più degno, non più papabile tra i migliori (tra l’altro, è l’unico momento durante il quale gli vediamo mostrare una qualche forma di umanità). E la sua vittoria finale è in ultimo basata anch’essa su una prevaricazione, che si è guadagnato il diritto di portare avanti perché si dimostra il migliore, il vincitore. E il mentore, dal canto suo, se all’inizio resiste al tentativo di prevaricazione, poi, quando si rende effettivamente conto di essere con la violenza riuscito a tirare su un batterista immenso, ecco che cede alla prevaricazione del giovane: la accetta, la avalla, la esibisce, ne gode. È la stessa logica del dualismo dei Sith (i cattivi) di Star Wars: ci sono sempre due, il maestro (prevaricatore) e l’allievo (prevaricato), fino a quando l’allievo non uccide il maestro prendendone il posto, per poi trovare a sua volta un allievo con cui continuare il ciclo.

E questo non mi piace. Credo sia uno dei mali più grandi del nostro tempo. Sarebbe bello sapere che da qualche parte c’è un nuovo Charlie Parker che suona. Ma è davvero necessario massacrare di violenze psicofisiche studenti convinti di sapere quello che vogliono per arrivare a questo obbiettivo? Il punto è che probabilmente da qualche parte un nuovo Charlie Parker c’è già: ma ha una batteria fatta di barili di latta, vive per strada con la poca musica che si sente di suonare per il pubblico passante, non ha una famiglia a cui appoggiarsi, né i soldi per arrivare ad andare al conservatorio che poi gli permetterà di impostare la sua carriera futura. Quindi il problema non è che non sottoponiamo alla giusta pressione i musicisti che abbiamo sotto mano, ma come al solito che non diamo a tutti i musicisti le stesse possibilità di esprimersi, semmai. Perché chi non si può permettere di entrare nel “giro”, è già un perdente in partenza, sempre secondo, e grazie a, questa ideologia.

Ora, è molto importante dire questa cosa. Ma non lo si può e deve fare con inesattezza. E questo è il problema della filippica di Fofi su Internazionale. Il disprezzo dei vinti e l’elogio dei vincitori – no matter what – non ha un colore politico: è questo che lo rende pericoloso, viscido e ingombrante come principio. Se mai faremo fatica a liberarcene, in questa società contemporanea guidata dal capitalismo statunitense, è perché ne avremo sottovalutata la pericolosità e pervicacia trasversale. Poi: quando Fofi definisce il jazz sentito e suonato nel film come “tutto scritto e imbracato, e con molta minore libertà di improvvisare, inventare, ‘creare’” di quanto lui ricordasse, si mette sullo stesso piano di Baricco quando scrisse in Novecento quella stronzata: “quando non sai cos’è, allora è Jazz”, o una cosa del genere. Ma chi ve l’ha detto? Si possono fare tante critiche alla rappresentazione che Whiplash fa del jazz, ma nessuna ha a che fare col numero di note, partiture e ore di studio e di prove che vengono mostrate nel film. E chi conosce la musica lo sa molto bene.

Ora, perché me la prendo tanto? Perché ognuno dei musicisti o appassionati di musica che leggerà questo articolo trovandovi questo tipo di riferimento al jazz, si fermerà, si stupirà, poi urlerà e, quindi, volterà pagina, dimenticandosi della questione fondamentale, ovvero “Whiplash porta avanti un’ideologia pericolosa”. E dire, in più, che se c’è qualcosa di male in quest’ideologia è perché ha a che fare con la destra, è pericolosamente riduttivo. Perché non fa cogliere la centralità e trasversale prevaricazione di questa principio settario all’interno dell’odierno complesso delle nostre vite quotidiane. Qui, nel primo mondo, s’intende.

Di Giorgio Grasso

Annunci

2 thoughts on “#Whiplash è un pericolo per tutti

  1. Ma di quale ideologia pericolosa stiamo parlando?
    Anzi, finalmente una storia di impegno e sacrificio con lo scopo di riscattarsi migliorandosi!

    Il film parla delle grandi ambizioni, dell’impegno, del rapporto tra maestro e discepolo.

    Qua tutti hanno ambizioni e ognuno si confronta in modo diverso con le proprie.
    Il padre ha archiviato il proprio sogno di scrittore.
    I parenti si accontentano di essere i migliori tra quelli non meglio di loro.
    La ragazza del cinema non ambisce, da le spalle alla grande scena e cerca la realtà senza le interpretazioni eroiche.
    Gli studenti del conservatorio si portano sulle spalle questi giganteschi contrabbassi.
    Il maestro perseguita nella caccia del grandissimo: vuole veder nascere il proprio idolo e toccarlo.
    Il batterista ha il sogno più alto: di essere il protagonista dei sogni altrui.

    Si parla di impegno. Non di predestinazione o doti innate.
    Tutti hanno bisogno del riscatto di se dagli altri.
    Finalmente il riscatto non avviene con il gesto spontaneo del genio che supera tutti senza intenzione, ma con lo sforzo mirato e costante.

    Ci sono un maestro e un discepolo.
    Il maestro attrae a se, accompagna e poi lancia oltre se stesso, perdendo quantità di moto.
    Prima il maestro è un idolo che gli studenti inseguono e da cui traggono ispirazione.
    Ma al primo incontro il maestro cambia carattere.
    Il discepolo deve imparare ad essere guida di se stesso dentro la musica.
    Deve sapere da solo quando sbaglia.
    Deve sapere da solo cosa fare.
    E non deve farlo per il maestro.
    Il maestro gli si pone improvvisamente contro, per l’estremo insegnamento: reagire contro di lui (“dì che sei arrabbiato!”).
    Questo discepolo lo fa, si ribella e si rende indipendente, alla fine si pone a tu per tu con quello che era il maestro, che alla fine è un compagno alla pari.
    Un perfetto ciclo tesi-antitesi-sintesi.

    Tutto questo appartiene alla destra o alla sinistra?
    Io ci vedo un’altra antinomia.
    L’ideologia dell’impegno estremo e mirato come mezzo di riscatto è sicuramente un carattere della borghesia, ma ugualmente del proletario.
    Direi anzi che si tratta dell’ideologia dell’uomo nuovo che nel corso dei secoli si è sostituito all’antico.
    Anche il comunismo mostrò il coraggio di sognare un mondo sostitutivo da conquistare con la forza, accettando il costo dell’errore.
    Ma la sinistra di cui stiamo parlando è sprofondata in una antica antinomia, quella del servo che vuole diventare aristocratico.
    Per questo viene rappresentata da letterati, studiosi e idealisti, tutte categorie dell’aristocrazia.
    Per questo si ricerca il gesto geniale nella naturalezza bucolica dell’Università pubblica e gratuita e libera.

    Questo film non minaccia lo spazio pubblico, né propone il classismo.
    Anzi, offre l’idea che con l’impegno, soprattutto con l’impegno, puoi emergere e far parte dell’élite.
    Perché c’è sempre un’élite, e chi lo nega in realtà pensa di esserne già parte per diritto aristocratico.

    Mi piace

  2. Soprattutto qui stiamo parlando delle fatiche e dell’impegno di un artista, qui il modello americano di vincente o perdente non c’entra niente. Il giovanotto non vuole diventare un business man ma portare avanti al meglio il suo amore per la musica e per il suo strumento. Il maestro usa metodi piuttosto insopportabili e non è a causa di questi ma proprio contro questi che il ragazzo otterrà buoni risultati ribellandosi e seguendo la sua passione. L’unica cosa vera e importante che il maestro dice è “che se c’è un Charlie Parker in arrivo non si farà demotivare dai suoi metodi violenti”. Cioè non sarà l’autoritarismo di chicchesia a fermare una passione vera e motivata. Naturalmente il film è costruito su delle esagerazioni poco credibili (come quella dell’incidente che porterà il giovane batterista a sedersi al suo strumento grondando sangue dalle ferite riportate) ma come metafora funziona. Non si ferma la passione e il desiderio di esprimersi liberamente con la violenza e l’autoritarismo. Certo si determina un conflitto, ma anche le conquiste sociali sono sempre il risultato di un conflitto. Se proprio dobbiamo dare a questo film un connotazione destra – sinistra a me pare che che sia più vicino alla seconda.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...