You get what you need

Prima di tutto premete play.

A un certo punto mi sono reso conto che non c’era niente al mondo, a parte forse l’amore e il sesso, capace di avere una così forte e potente influenza su di me come la musica.

Non ricordo bene qual è stato il momento in cui me ne sono reso precisamente conto. Probabilmente i miei pomeriggi da undicenne passati a cantare, libretti alla mano, sopra dischi tipo la colonna sonora di Evita, o i Carmina Burana di Orff avrebbero dovuto darmi qualche indizio per il futuro, ma apparentemente non me ne sono curato poi molto. Sono infatti arrivato alla maggiore età domandandomi se il mio futuro potesse celarsi fra le spoglie inconsuete di culture esotiche, oppure i fotoni che forse un giorno ci porteranno fra le stelle, o la mente dell’uomo malato, o altro ancora. Perché di sicuro la letteratura no, quella era una cosa troppo trita, troppo già parte della mia vita, delle mie esperienze, delle mie pratiche. Quella. Perché d’altra parte che altro avevo fatto fino a quel momento se non leggere libri in pantofole con i miei occhialoni tondi, magari proprio mentre i miei compagni e amici adolescenti passavano i loro sabato sera a definire il divenire del loro capitale sociale futuro? Beh, ecco, avevo ascoltato musica. Tanto follemente quanto avevo letto libri. Non avevo né mai seriamente scritto, né seriamente suonato. Molti tentativi in quest’ultimo caso, ma mai seri, in fondo. Cantato sì, in un coro, un paio. Ma poi di cosa stiamo parlando? Era chiaro che il mio destino era diventare uno studioso o uno scienziato o uno psicologo o un insegnante. Ma ascoltavo tantissima musica. Sempre di più, anzi. Ma la musica non era sicuramente il mio futuro.

Poi ad un certo punto è stato chiaro, più o meno verso la fine del primo anno di università. Self-evident, direbbe un anglofono, e in questo caso ci sta proprio bene, è anche ambiguo al punto giusto. Indipendentemente dalla profondità dello stato di prostrazione psicofisica in cui potessi trovarmi, mi bastava ascoltare della musica in relativo (non necessariamente eccessivo) isolamento per recuperare prontamente umore e controllo sulla situazione, sulla mia vita. E incredibilmente (oppure no), riuscivo sempre a mettere esattamente quello di cui avevo bisogno. O forse questa è una mia costruzione a posteriori, mentre invece la realtà è semplicemente che in determinate condizioni le mere onde sonore bastano a sciogliere l’incartamento a cui il mio cervello potrebbe decidere di abbandonarsi, e non c’è una scelta migliore di altre, basta che ci sia una scelta e delle onde sonore. Comunque non è questo il punto.

Il punto è che ad un certo punto me ne sono accorto di quanto fosse e fosse stata importante la musica nella mia vita, e non c’era più alcun dubbio. Improvvisamente mi rendevo conto che il numero di dischi che avevo ascoltato era incommensurabilmente più grande del numero di libri che avevo letto, anche se di libri ne ho letti davvero tanti. E solo questa considerazione dovrebbe bastare, unita a quell’altra considerazione sul potere di scuotimento emotivo di cui prima. Comunque nemmeno questo è il punto.

La questione che mi brucia in realtà è un’altra: cosa ho poi fatto a partire da questa mia epifania imprecisa e dilazionata, ma comunque ad un certo punto definita? Niente!

Alcuni potrebbero forse protestare a questa mia affermazione. Fate, tanto avete torto, e nessuno mi obbliga a essere democratico nelle mie parole.

È semplicemente così: so che non c’è niente di più importante per me della musica, eppure ho continuato a fare scelte, nella mia vita, che mi allontanavano dalla possibilità di vivere di e con la musica. E non parlo necessariamente di suonarla o comporla.

È come con la questione Beatles o Rolling Stones.

Avete presente l’atavica opposizione figlia della nascita del rock e della successiva musica contemporanea: “Tu sei Beatles o Rolling Stones?”, “Beatles, che fai scherzi!”, “Bleah, Mick Jagger è un grande, un figo!”, “Cioè, vogliamo parlare di John Lennon?”, “Si però quel cazzo di McCartney, guarda Richards che chitarrista da paura… uno dei padri della chitarra elettrica”, “Sto cazzo uno dei padri, senza Sgt. Peppers non ci sarebbe stata musica progressive!”, e bla bla bla…

Ora, in realtà ogni tanto si incontra qualcuno – un vero appassionato di musica, o semplicemente qualcuno con più buon senso della media – che realizza l’assurdo di questa opposizione dicotomica. Nel senso che non ha alcun senso considerare separatamente e arbitrariamente questi due gruppi come in lotta per la maggiore influenza sulla musica tutta. Sia Beatles che Rolling Stones sono stati indispensabili in un dato momento e per determinate ragioni allo sviluppo di nuove possibilità creative, ragioni tanto prettamente musicali quanto barbaramente commerciali. Non sono nemmeno lontanamente stati gli untori di questo processo – che semmai andrebbe cercato nel revival folk che a partire dalla metà degli anni cinquanta mise in contatto bianchi inglesi e americani con la musica “popolare” (tribale, direbbero alcuni) dei loro nonni e dei neri, ma comunque.

Eppure, per moltissimi, la propria identità musicale in quanto ascoltatore si riduce a questa opposizione manichea, da cui inevitabilmente deriveranno le strade da percorrere, ma soprattutto quelle da non percorrere. Il classico “Io-sono-Beatles” che non considera la presenza di musica metal, industrial, elettronica o anche solo grunge; o l’altrettanto trito “Io-sono-Rolling-Stones” che detesta a priori Joni Mitchell, vorrebbe mitragliare David Bowie (di cui probabilmente non ha ascoltato niente, visto che sono i Rolling Stones a fare le pippe a David Bowie, semmai) e pensa che la musica classica sia roba da froci. Ah, e che ovviamente pensa anche che essere frocio sia un problema, è chiaro. Comunque, al di là di queste semplificazioni letterarie, è più o meno questa la media dei confronti che si possono avere nel merito di questa discussione. Provate per credere, se non vi fidate.

Ora, questa opposizione è un prodotto della promozione commerciale che questi due gruppi ricevettero durante le loro rispettive carriere. Ci si rese evidentemente conto che i due diversi approcci musicali corrispondevano in molti casi a due approcci alla vita sostanzialmente diversi, e su questa nozione si impostò un terreno di competizione che arrivava a influenzare lo stile di vita delle persone, e quindi per questo era – ed è tutt’ora – di una potenza economica inaudita. La rivista Rolling Stone, araldo del commercio della musica, strillone parziale e corrotto dei nostri tempi, richiama col nome della testata una canzone di Bob Dylan, scritta con i caratteri del gruppo musicale omonimo, mentre propugna la superiorità inoppugnabile dell’influenza musicale dei Beatles nella musica contemporanea, sostanziando questa nozione sulla base delle vendite. Manichei e ambigui allo stesso tempo. Cosa avranno voluto dire? Chiaramente non stiamo parlando di alcun tipo di identità in senso lato, né della musica, né dei musicisti, né degli ascoltatori. Solo e soltanto di etichette. Parziali, restrittive, limitanti e, quindi, in ultimo, fuorvianti. Ma molto utili per creare quelle graduatorie tanto care alle competizioni: facili da seguire, abbastanza superficiali da ignorare la complessità del mare di influenze e interconnessioni che genera e muove il divenire dell’arte, della società, della cultura.

Forse a questo punto vi state chiedendo che cosa abbia a che fare questo sproloquio sull’opposizione tra Beatles e Rolling Stones col precedente sproloquio sulla mia interiorità ferita di uomo di musica tradito (apparentemente) da me stesso. Il fatto è che anche nel mio caso si può parlare di un problema di identità: perché in ultimo, la domanda che per anni mi sono posto è stata “chi sono io?”. Sono quello che faccio o quello che mi piace? Quello che faccio non mi piace? Quello che mi piace non lo faccio? Bene, penso di essere arrivato a capire come uscire da questo impasse.

Non credo di avere mai fatto nulla che non mi sia piaciuto. E in fondo ho in parte fatto quasi tutto quello che mi piace o piacerebbe fare – tranne suonare seriamente, ma forse non tutti siamo destinati a fare o amare le cose esattamente nello stesso modo. Quindi non sono in grado di rinnegare le scelte che ho fatto finora, mentre al tempo stesso mi è sempre più chiaro quali non mi va più di fare, e quali non posso non fare. Esattamente come so che non c’è alcuna competizione in corso tra Beatles e Rolling Stones, allo stesso modo non può essercene tra tutte le cose piccole e grandi che hanno composto e riempito la mia vita fino ad adesso. Non ci sono due identità parallele e mai intersecantesi della musica afferenti all’uno o all’altro gruppo, che hanno invece parimenti ispirato la storia della nostra musica in maniera reciproca e trasversale, insieme a tutto il resto, una fantasmagorica miscellanea di influenze improbabili e paradossali, proprio come il “mare di storie” di cui parla Salman Rushdie, volendosi riferire all’uomo, ai suoi sogni e alla sua letteratura alle porte del terzo millennio.

E allo stesso modo sento adesso di poter dire di non aver fatto altro che la stessa cosa fino ad ora: prendere e fare tutto quello di cui avevo bisogno, raccogliere le influenze che mi suggestionavano di più, seguirle per le ragioni più disparate e variabili e nei modi più diversi di volta in volta. Non ascolterei come ascolto se non avessi letto come ho letto, studiato come ho studiato, lavorato come ho lavorato, mangiato come ho mangiato, bevuto come ho bevuto, amato come ho amato. E possiamo ristrutturare quest’ultimo periodo a partire da una qualsiasi delle frasi che lo compongono. Per quale motivo è così, e non altrimenti, non lo so, e a questo punto non mi interessa più. È un po’ che penso queste cose, ma non si creda che a questo sviluppo del mio percepire sia improvvisamente corrisposta una subitanea rivoluzione economica e, quindi, identitaria. Non sono nessun tipo di professionista particolare, non ho un lavoro, non ho un obbiettivo, non ho un indirizzo preciso, né vedo chiaramente una strada da seguire. Sento in questo pensiero la pericolosa incombenza della stessa qualità di etichette che il nostro complesso e mostruoso sistema produttivo ha impiantato nelle nostre interiorità, così come ha fatto con l’esteriorità della musica. Non ne sono scevro, non sono così bravo o così tranquillo di fronte alla mia attuale instabilità economica. Ma sono almeno un poco più sereno, forse. Perché ho di sicuro smesso di rimpiangere, di recriminare. E questo è bene.

E poi sono fortunato. La cosa bella, sensazionale, emozionante, commovente, disarmante, è che la musica, ancora oggi, quando ci si permette di ascoltarla intensamente, ci salva. Sempre.

E poi sono fortunato e basta.

Di Giorgio Grasso


 

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