Educazione Siberiana

educazione-siberiana_cover-759x556Dopo il breve passaggio nelle sale di Happy Family (2010), Gabriele Salvatores ritorna al cinema con Educazione Siberiana, in proiezione dallo scorso 28 Febbraio. Una produzione congiunta Cattleya e Rai Cinema, Educazione Siberiana è tratto dal libro omonimo di Nicolai Lilin, al quale è accreditato il soggetto, sceneggiato però da Salvatores, Stefano Rulli e Sandro Petraglia. A due settimane dall’uscita del film, è già possibile avere un polso relativamente preciso del livello di gradimento che la pellicola ha registrato presso critica e pubblico, e per quanto si voglia continuare ad avere simpatia, apprezzamento e ammirazione per Salvatores e il suo lavoro, in effetti non sembra essere andata molto bene per Educazione Siberiana.

Dopo un primo weekend di incassi relativamente sostenuti – circa un milione e mezzo di euro – il film si è attestato intorno ai tre milioni e mezzo di euro, e a sentire il passaparola generatosi nei giorni immediatamente successivi all’uscita del film, c’è in effetti una profonda congruenza in questi numeri. Se infatti le ultime due settimane di promozione del film sono state abbastanza sostenute da giustificare un afflusso denso nel primo weekend – e di certo il trailer al fulmicotone ha aiutato parecchio – le reazioni che spesso si sono potute cogliere sia fuori dalle sale che sulla rete testimoniano della tiepidezza con cui il film è stato ricevuto. Insomma, il film ha lasciato delusi i più, che hanno sconsigliato ad amici e parenti di andare al cinema a spendere soldi in tempo di crisi. Pace, amen.

Delle critiche è in effetti possibile farle a questo film, forse proprio perché a dirigere il progetto è Salvatores, su cui abbiamo imparato a riporre così tanta aspettativa.

Affascinato dal libro autobiografico di Lilin, Salvatores cerca di entrare con questo lavoro in un processo di disamina, umana e culturale, di un piccolo pezzo di mondo, la Transnistria, una regione compresa tra Moldavia e Ucraina, la quale, durante i dieci anni che vanno dal 1985 al 1995, subisce un progressivo e totale sovvertimento socio-economico, parallelo al progressivo disgregarsi dell’Unione Sovietica. Il fuoco della narrazione si concentra sulla vita di due ragazzi, Kolima e Gagarin, i quali crescono all’interno di una comunità di “criminali onesti”, all’interno della quale ha origine l’educazione siberiana impartita ai protagonisti, di cui il film descrive forme e implicazioni. Quella dei “criminali onesti” è una realtà storica che è lentamente venuta a trasformarsi dopo la caduta del muro di Berlino, ma fino ai tempi del primo conflitto Ceceno ancora radicata nelle comunità che avevano nel tempo sviluppato forme di resistenza civile alla dittatura comunista. I “criminali onesti” erano ladri e all’occorrenza anche assassini, se per una ragione precisa, ma mai usurai, mai sfruttatori della prostituzione, mai spacciatori di droga o stupratori; contro queste categorie di criminali, anzi, i “criminali onesti” avevano il diritto e il dovere di intervenire, per il bene della comunità di cui si facevano protettori. Il film sviluppa il rapporto tra i due protagonisti sullo sfondo del contesto ambientale in cui nascono e crescono, e rispetto al quale maturano disposizioni personali e divergenti. Fondamentale il ruolo che sia nell’educazione, sia nella storia ricopre il personaggio di nonno Kuzya, un sempre splendido John Malkovitch che interagisce abilmente con i due giovani interpreti lituani Arnas Fedaravicius (Kolima) e Vilius Tumalavicius (Gagarin), entrambi alla loro prima esperienza sullo schermo.

Salvatores si dimostra un regista ormai capace di confezionare abilmente qualsiasi tipo di prodotto – basti pensare alla distanza che intercorre tra film come Sud, Nirvana, Denti. In Educazione Siberiana la sua regia è abile e attenta a seguire le necessità di posizionamento dello spettatore, ma forse si concentra a volte un po’ troppo su una certa tendenza all’estetismo. Non è però tanto questo a fare storcere il naso, né tantomeno la scelta di procedere in una narrazione non lineare, da certa critica percepita come fuorviante e inconsistente. Ciò che forse manca a questo film è il trasporto di un intreccio; non è infatti possibile dire che non vi sia una storia da raccontare, perché la storia di fatto c’è, così come i personaggi, e l’ambientazione. Ma data la qualità straordinaria dell’ambientazione, la cui descrizione eroica ed inusuale impegna e affascina lo spettatore per la prima metà del film, la storia di amore e di odio che da questo ambiente si dipana fallisce nel conquistare tutto il trasporto emotivo e cognitivo del pubblico. E’ quasi come se vi fosse una fondamentale incongruenza tra l’apparente ordinarietà della storia umana che ci viene raccontata, e l’aspettativa straordinaria creata dall’abilissima descrizione dell’ambientazione; la narrazione non lineare scelta da Salvatores, che fa muovere alternativamente la storia su due binari principali separati da circa dieci anni, fa presumere la complessità di un intreccio che invece non c’è, e che in ultimo forse delude perché ha tradito la nostra aspettativa.

Come accennavamo all’inizio, è quindi possibile fare delle critiche a questo film, anche volendosi trattenere per non dare via troppi dettagli a chi ancora il film non l’ha visto; ma detto questo, le possibili critiche non giustificano di certo un eventuale boicottaggio delle sale, come invece sta apparentemente accadendo. Non mi pento di essere andato al cinema a vedere questo film; è anzi un’ottima opportunità per confrontarsi sia con una ambientazione nuova, complessa e intrigante, sia con un regista capace e profondo. Il fatto che il lavoro di Salvatores possa essere criticato significa solo che può essere ancora più interessante conoscerlo; sempre e comunque meglio che sprecare tempo e soldi per andare a vedere perle del calibro di Ci vuole un gran fisico o Il principe abusivo, di cui le sale italiane sono sempre ben piene, e che però non vanno mai abbastanza male perché ci si levi il vizio. Per quanto infatti la critica sia unanime nel descrivere Il principe abusivo come uno dei peggiori film della storia del cinema italiano, la pellicola veleggia comunque oltre i quattordici milioni di incasso, mentre Educazione Siberiana scivola lentamente fuori dalla rete di distribuzione. Ad maiora.

Di Giorgio Grasso

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One thought on “Educazione Siberiana

  1. La mancanza di una storia lineare, con continui flashback e rimandi al passato (tra l’altro bisogna specificare che ad un certo punto si intrecciano 3 periodi diversi: il presente, il passato – quando Gagarin è tornato – e l’infanzia) viene definito inconsistente dalla critica proprio per la mancanza assoluta di una vicenda. Insomma una vicenda c’è, ma a parere mio è fin troppo banale, manca di suspence e gli intrecci non fanno altro che aumentare la sensazione di mancanza che si percepisce dal film. Inoltre non credo ci sia stato un “boicottaggio” delle sale: chi è appassionato di cinema al cinema ci va comunque, anche solo per curiosità, infatti tu ci sei andato e sei contento di esserti confrontato, però una volta che c’è il passaparola tra amici e parenti, si sa, un biglietto del cinema costa 8 euro e con 8 a volte paghi l’ingresso a teatro, ad un concerto o altre cose che intrattengono la mente degli italiani in crisi meglio di un film che vuole raccontare di cose importanti ma non è in grado di raccontare se stesso. Uno non può andare al cinema solo perché il film è di un regista importante, anzi, il regista importante in questione deve saper accontentare il suo pubblico, soprattutto in un periodo in cui la concorrenza è grossa e di storie se ne raccontano tante. Quindi piuttosto che andare a vedere ‘Educazione Siberiana’ un italiano che deve decidere come spendere i suoi 8 euro al sabato sera sceglie magari di vedersi un film più divertente, anzi non più divertente, forse è meglio dire più frivolo e superficiale. Io personalmente non sono d’accordo, ma non è un atteggiamento da biasimare del tutto. Quindi non credo sia boicottaggio, diciamo piuttosto che si tratta di preferire la concorrenza.

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