Let There Be More Light

La voce di Stevie Wonder esplode in una miriade di coriandoli democratici mentre la famiglia Obama si porta al centro dell’attenzione dei migliaia di astanti riuniti a Chicago per la festa di rielezione del Presidente in carica. Barack Obama sarà ancora per quattro anni a capo degli Stati Uniti d’America, servo del paese e dei suoi cittadini. Le parole di “Signed, Sealed, Delivered, I’m Yours”, che imperversa per la sala gremita per diversi minuti, prima che il Presidente cominci il proprio discorso di accettazione, sembrano quasi riecheggiare la forza, l’integrità e la trasversalità che solo un vincolo d’amore può garantire incondizionatamente. Mr. Obama è stato consegnato – per la seconda volta – al popolo americano come una missiva d’amore si scambia tra amanti, firmata in calce, e sigillata in punta di labbra. Adesso è tutto loro. E in qualche modo, indirettamente, anche nostro. Non è da sottovalutare la rilevanza di questa simbologia. Il comitato elettorale del Presidente si rivela ancora una volta uno dei più attenti nel saper cogliere le “necessità” emotive del proprio paese. La campagna presidenziale di Mr. Obama è stata combattuta facendo leva sulla rilevanza dei principi di egualitarismo socio-economico e di pari accesso alle opportunità lavorative e di sviluppo sociale e culturale dell’intero paese. Un principio di garanzia di continua, viva mobilità sociale che richiama direttamente i valori fondativi del paese stesso, a cui il Presidente non manca di riferirsi al più presto. Obama ci dice che vuole pensare al suo paese come ad una famiglia, piuttosto che ad una patria: nessuno può essere lasciato indietro, ed è in questo senso che la ricerca della felicità a cui Jefferson e i padri fondatori fanno riferimento va interpretata. Una felicità che può essere garantita solo se condivisa trasversalmente e non se ottenuta a scapito degli interessi di parte della comunità stessa. Non può esserci miglior modo di essere patriottici.

“Ridurre il nostro deficit, riformare il fisco, rivedere le leggi sull’immigrazione, liberarci dalla dipendenza dal petrolio straniero. Abbiamo molto altro lavoro da fare. Ma ciò non significa che il vostro lavoro è finito. Il ruolo di un cittadino nella nostra democrazia non si riduce al solo voto. L’America non è mai stata fondata su ciò che ci aspettiamo venga fatto per noi, ma su ciò che può essere fatto direttamente da noi, attraverso il duro, frustrante, ma necessario impegno di auto-governo. Questo è il principio su cui è stato fondato il nostro paese.” L’immaginario collettivo del popolo americano non avrà difficoltà a cogliere la relazione diretta con un passato storico che, così vicino e quindi così inevitabilmente denso, fa intrinsecamente parte della vita, delle conoscenze e della quotidianità della popolazione. Ma se da un lato si hanno ben chiare le parole che Abraham Lincoln pronunciò poco dopo la battaglia di Gettysburg, o le dinamiche del consesso dei padri fondatori al momento della redazione della Costituzione americana, non è detto che, nell’ideologia americana, da quei contributi si derivi la conseguente responsabilità che ogni singolo cittadino ha nei confronti del proprio paese. Ed è in questo che Obama sceglie di portarsi un passo oltre l’aspettativa: richiamare ogni singolo cittadino alla rilevanza della propria responsabilità rispetto alla collettività, piuttosto che alla tutela delle rispettive individualità, come unica possibilità di immaginare l’esistenza stessa degli Stati Uniti d’America.

Ma non è un caso che Obama sia appena stato rieletto al suo secondo mandato. Il Presidente è ben lungi dall’essere inconsapevole della difficoltà di questa vittoria, che riecheggia retroattivamente su questi lunghi diciassette mesi di campagna elettorale. Per quanto infatti la rielezione abbia avuto successo, ed il Senato sia di nuovo sotto il controllo dei Democratici, allo stesso modo la Camera rimane sotto il controllo dei Repubblicani, e con un margine ancora maggiore. Se dopo le elezioni di medio termine del 2010, la Camera presentava una maggioranza Repubblicana di 242 membri contro 193, adesso questo distacco – il quale deve ancora essere esattamente quantificato – si sta, apparentemente, ulteriormente ampliando. C’è quindi da discutere molto seriamente di come il rieletto 44° Presidente dovrà muoversi per gestire questo controllo parziale sulla maggioranza di governo,  quindi sulla efficienza programmatica e operativa. Obama non teme di riferirvisi direttamente, sempre nel suo discorso di accettazione: “Di per se stesso, il riconoscimento che abbiamo ottenuto stasera in termini di sogni e speranze, non farà di colpo cessare tutti gli stalli legislativi, non risolverà di colpo tutti i nostri problemi, né potrà mai sostituirsi allo scrupoloso lavoro di costruzione del consenso, e di difficili compromessi necessari per portare avanti il paese.” Sarà probabilmente molto più facile a dirsi che a farsi, come d’altra parte è stato già nei passati quattro anni, ma non è irrilevante che il Presidente scelga di riferirsi alla necessità del compromesso, poco dopo essersi congratulato con lo sfidante. Ci sarà chi vorrà cogliere in queste parole l’ennesimo auspicio di immobilità e inconsistenza programmatica per cui dal 2010 Barack Obama continua a perdere consensi, ma sarebbe ingiusto forse aprirsi a quest’ordine di critiche senza considerare la particolarità di un sistema elettorale che di fatto permette che un Presidente governi senza avere una maggioranza. Per quanto corrispondenti condizioni di ingovernabilità sostanziale siano una realtà quanto mai diffusa oggi in Europa, il sistema americano prevede una possibilità di discrepanza interna che non solo è costituzionalmente riconosciuta, ma anche frequentemente ricorrente nella storia politica del paese. Nel 2001, George W. Bush comincia il proprio mandato mentre il partito Repubblicano controlla il solo Senato, e prima di allora Reagan nel 1985 vedeva l’inizio del suo secondo mandato con i Democratici al controllo della Camera. Per Barack Obama questo è il secondo Congresso su cui non ha la maggioranza completa, e in qualche modo già da mesi si subodorava la possibilità che lo scenario del 2010 si ripresentasse. Indipendentemente dalle ragioni che possono avere influenzato il consenso del popolo americano il dato netto è che, nonostante le proiezioni finali al giorno prima delle elezioni dessero Obama ed il partito Democratico in netto vantaggio, anche se di poco, in quasi tutti gli stati “indecisi” – gli ormai famosi swing states – il risultato del voto popolare ha dichiarato l’esatto contrario: il partito Democratico in un calo coerente ai passati due anni, e un Presidente eletto principalmente grazie alla discrepanza tra il sistema proporzionale di elezione dei rappresentanti della Camera, e il sistema maggioritario di elezione del Senato e del Collegio Elettorale. Ma è una disamina che necessita di alcune necessarie puntualizzazioni su come il meccanismo elettorale si muove, per esser portato verso delle possibili conclusioni.

Nel momento in cui un cittadino americano vota, ha la possibilità di votare, anche disgiuntamene, per le singole cariche del Congresso – Senatore, Deputato – o, in blocco, per il partito che sostiene. Nonostante ciò, stato per stato, i voti raccolti dai partiti verranno calcolati cumulativamente indipendentemente dalle preferenze particolari, ed una volta che il bilancio finale sarà deciso, il partito che avrà raggiunto la maggioranza otterrà per sé il numero totale di Grandi Elettori di quello stato particolare. La conseguenza di questo sistema è che gli stati meno popolosi sono sovra rappresentati, e che basta ottenere la maggioranza dei consensi in uno stato per aggiudicarsi le preferenze dei Grandi Elettori. Un presidente può quindi essere eletto senza avere la maggioranza dei voti popolari, come accadde nel 2000 con la prima elezione di George W. Bush. Ma mentre i rappresentanti alle camere vengono scelti in base alle preferenze di voto, gli Elettori prodotti dagli stati vengono assegnati in blocco al partito – e quindi al candidato presidenziale – che ottiene la maggioranza delle preferenze. Se quindi la California elegge 53 Deputati (Congressmen) e 2 Senatori (Senators), produrrà un numero di Grandi Elettori pari a 55. Un esempio dell’effetto maggioritario è stato osservato nelle elezioni presidenziali del 2008, quando al partito Democratico è stato assegnato l’intera “quota” di Grandi Elettori, sebbene dei 55 rappresentanti eletti, 36 erano Democratici e 19 invece Repubblicani.

Ora, se si considera questo particolarissimo sistema elettorale parallelamente al posizionamento politico di ogni singolo stato, ci si rende facilmente conto della problematicità potenziale di questo sistema. In ottemperanza ad una forse discutibile tradizione di “conservatorismo” culturale, infatti, determinate realtà politiche si sono spesso fossilizzate per lunghi periodi di Stato in Stato. Se da un lato quindi il Texas è intrinsecamente Repubblicano – e così, quindi, sarà la totalità dei suoi 38 grandi elettori – lo stato di New York ha una ormai lunga tradizione Democratica, su cui quindi è molto facile scommettere in fase di campagna presidenziale, quando le energie devono essere focalizzate verso la massimizzazione del risultato elettorale. E se basta il cinquanta percento più uno dei voti del singolo stato per garantire l’assegnazione dell’intera quota di grandi elettori, ecco che davvero la battaglia elettorale può essere sostenuta “sul filo di lana”, come molti media hanno riportato nelle passate ventiquattro ore. Basterà il voto di anche un singolo elettore a spostare l’intera preferenza statale verso uno dei candidati.  È quindi proprio in questa fase che gli swing states  entrano in gioco e diventano, anzi, la chiave di volta dell’intero progetto elettorale. Se i voti necessari per ottenere la Presidenza in sede di Collegio Elettorale sono infatti 270, una volta che entrambe le parti sottraggono i propri risultati “garantiti”, è sulla scorta di non più di 120 Elettori su 538 che l’elezione del Presidente verrà decisa. E questo anche quando, parallelamente, il voto popolare si esprime in direzione opposta, come è appena accaduto. Ed è proprio a questi swing states  che sono stati incollati gli occhi e le aspettative di questa notte elettorale – Florida, Ohio, Colorado, Iowa, Minnesota, New Hampshire, Nevada, Pennsylvania, Virginia, Wisconsin, North Carolina. E a conferma dei sondaggi che fino al 5 Novembre davano Obama in vantaggio in quasi tutti gli swing states con percentuali comprese tra l’1 ed il 7 percento, il Presidente si è infatti aggiudicato la maggioranza delle preferenze complessive in tutti gli stati tranne la North Carolina, anche se con vantaggi strettissimi. Al contrario, dove il partito Repubblicano ha vinto, lo ha fatto con maggioranze molto più nette, garantendosi così la maggior parte dei seggi della Camera, appunto legati ad un sistema proporzionale. Senza quindi il “premio” di maggioranza al Collegio Elettorale, il presidente non si sarebbe probabilmente trovato nelle condizioni di essere rieletto, questo Novembre 2012.

Accade invece che Barack Obama rinnovi il suo mandato con uno scarto considerevole di Grandi Elettori, ma non così “Florido” al Senato ed anzi negativo alla Camera dei Rappresentanti. Abbiamo proiezioni molto attendibili, mentre i risultati verificati potranno essere analizzati a partire da domani, ma sembra iniziare un mandato in cui, soprattutto per il risultato alla Camera, dovranno essere presi accordi di governo con gli avversari Repubblicani. Obama lo dice chiaramente: “Siamo un’unica famiglia americana, e diventiamo grandi o cadiamo insieme come un’unica nazione, come un unico popolo”. Ed è proprio a partire questo messaggio alla nazione, ma soprattutto indirizzato agli stati generali di Mitt Romney, che si possono ipotizzare futuri scenari. Ricordiamoci che il Presidente è costituzionalmente il potere esecutivo, in quanto eletto personalmente, e separatamente dal legislativo. La presidenza moderna viene spesso definita una “stratarchia”: la Presidenza Amministrativa, la Presidenza Dipartimentale e la Presidenza personale (verso cui Congresso e Senato non hanno nessun controllo). Gli stessi segretari di Dipartimento non hanno un potere decisionale autonomo rispetto all’ambito specifico per cui sono stati scelti, ed entro certi vincoli di controllo da parte del Senato possono essere sostituiti, senza compromettere la stabilità dell’esecutivo.

Quali scenari possibili dunque?

Il carattere mormone di Romney presagisce non pochi ostacoli alle iniziative legislative del prossimo mandato, e rimane il distacco in termini di consenso con la Camera dei Rappresentanti (ad ora 191 contro 232). A questo punto due sembrano le strade. La prima consiste nell’isolare i gruppi di pressione attorno a Romney, trovando Segretari di Stato di larga rappresentatività (politica, territoriale, tecnica) in modo da affrontare le scelte decisionali economico-finanziare senza il nemico alle porte. La seconda ipotesi consiste nel temporeggiare fino alle elezioni di medio termine del 2014. Magari trovando un accordo politico ufficiale, ad esempio una riduzione della pressione fiscale in cambio di un aumento della tassazione per i ceti alti, in attesa che le scelte politiche degli ultimi quattro anni producano degli effetti concreti anche per le aree depresse del paese. Lungo il cammino i prossimi indizi, del resto pare che il meglio debba ancora arrivare.

Di Giorgio Grasso

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5 thoughts on “Let There Be More Light

  1. Ho seguito il tuo consiglio e letto con attenzione e piacere particolare alcuni dei tuoi ultimi posts. Decisamente interessanti, corroboranti e puntuti. Ti inserisco tra i preferiti. Buona vita a te.

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  2. Forse la verità è che la realtà non è praticamente mai solo bianca o nera, ma variamente grigia.
    In un sistema complesso, stato, comunità ristretta, famiglia, singola personalità, non possono che esistere varie, spesso significativamente diverse, e qualche volta alternative, letture della realtà e conseguenti convinzioni progettuali.
    Perché l’assoluto non è praticabile e la certezza non è data. Solo la verifica dell’esperienza può aiutare, e a volte non basta.
    Dunque il compromesso, inteso come genuina e generosa ricerca di un possibile percorso comune, può essere guardato non solo come una necessità, ma anche come un impegno alto, responsabile, degno.
    Lo stato sociale, l’unico pensabile, non può che avere come capisaldi l’apertura verso l’esterno come base per la libertà delle scelte, la fermezza dei propri valori per l’orientamento dei propri movimenti e la flessibilità necessaria al riconoscimento della diversità come risorsa, e tutto questo per ciascuno dei suoi componenti.
    E visto che sembra difficile guidare le cose più rapidamente (non è detto meglio) con momentanee responsabilità assolute, da sottoporre più chiaramente al vaglio dell’esperienza, appunto, non rimane che affidarsi al tentativo, più lento e faticoso, e meno chiaro nelle responsabilità, di cercare e trovare compromessi di movimento comune con chi è diverso da noi.
    Il premio, se saremo veramente bravi, sarà quello di trovarci più spesso nella posizione di dover faticosamente convincere, anziché in quella di dover faticosamente farci convincere…
    E’ LA VITA, BELLEZZA!!!

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  3. Veramente ben scritto, complimenti!

    Trovo molto interessante che, appena concluse le elezioni negli Stati Uniti, ancora carichi di euforia politica e di incertezze sul futuro affidato in questo momento a un qualche cosa che poco si discosta dalla semplice speranza, superato l’Oceano Pacifico o sorvolata mezza Asia, in Cina sia iniziato il Congresso del Partito Comunista. Le due grandi “potenze”, la vecchia locomotiva americana e il nuovo treno ad alta velocità cinese dell’economia, si sfidano a colpi di politica. Due modelli completamente distinti sotto alcuni punti di vista e incredibilmente affini sotto altri. Da una parte la democrazia e dall’altra il segreto e l’oligarchia. Ma in entrambe, modelli economici che hanno fatto e che fanno della produzione interna e delle esportazioni, unite nel sacro vincolo del capitalismo globalizzato, l’unica via per lo sviluppo.

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  4. Grazie a tutti i fedelissimi ed i nuovi arrivati per i commenti. Questo intervento é stato particolarmente sentito e ben scritto lo dico con fierezza. La speranza di potere vivere un Momentum di rivoluzione qualitativa, adesso ci spinge a scrivere. Ben venga il compromesso, se chi lo progetta, ci fa guardare il precipizio senza lasciarci cadere.

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  5. Molto bello! Bravi, adesso aspetto il prossimo!
    …poi come al solito faccio note:
    1) Il ‘voto popolare’ non è stato così male per Obama: i democratici hanno guadagnato posti in entrambe le camere (http://www.guardian.co.uk/world/us-elections-2012/results/house ), anzi Obama ha preso il 50% dei voti mentre Romney il 48%, così almeno scrive il Time.
    2) Poi c’è quella frase sibillina “Il carattere mormone di Romney presagisce non pochi ostacoli”: a me pare che i candidati falliti se ne vadano a pescare trote. Romney stesso non credo abbia alcuna carica ora. Piuttosto che i mormoni, sono i soliti Tea Party e quelle lobby ridicole che hanno perso la testa a preoccupare…
    3) Supponi che Obama sia una frana totale, non abbia idea di come vada il mondo, sia una fanfarone che parla a vanvera e magari pure maleintenzionato. Allora il bilanciamento delle camere è una buona cosa, no? Secondo me il problema che solleva Antonio Grasso si può dire anche così: non solo ci sono un sacco di diverse convinzioni, ma io stesso potrei non accorgermi di sbagliare. Magari i neocon hanno ragione…

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